Il Rivoluzionario col Sorriso, dare voce al popolo che non ha voce
Negli ultimi mesi l’Iran è balzato numerosissime volte agli onori delle cronache. E decisamente non per motivi felici. Si è detto di tutto su questo paese tanto complesso quanto misterioso agli occhi di noi occidentali, soprattutto da parte di chi non ne sa nulla. La smania di affrontare un argomento divenuto di tendenza è pari soltanto all’ignoranza in merito all’argomento stesso, e il rischio di andare incontro a disinformazione e fake news è dietro l’angolo. Certo, quella di sapere con assoluta certezza cosa accade letteralmente dall’altra parte del mondo forse è una pretesa un po’ grande, ma ascoltare il punto di vista di chi quelle dinamiche le vive quotidianamente è sicuramente un primo, timido passo in avanti per farsi un’idea sulla questione.
Questo è quanto accaduto presso il Teatro Flavio nel pomeriggio dell’8 luglio 2026. Tra l’afa estiva, la calca dei turisti e le rovine storiche del Colosseo, un piccolo gruppo di persone si è riunito nell’ombra di una piccola sala, per fare ciò che in una democrazia occidentale, almeno sulla carta, dovrebbe essere la norma, ed è finito per diventare l’eccezione. Dare a un popolo straniero la possibilità di raccontare la propria realtà.
Il dio della guerra
Come tiene a ricordare Nicola Hasan Di Cola, moderatore dell’incontro, una delle più devastanti armi nel grande campo di battaglia dei media è la propaganda. In particolare quella messa in atto da un certo tipo di cinema come quello hollywoodiano.
Ed ecco dunque che l’incontro si apre con la proiezione del film iraniano “Il dio della guerra”, ambientato nel corso della cosiddetta “guerra imposta” tra l’Iran e l’Iraq di Saddam Hussein. Dedicato nella fattispecie alla nascita del programma missilistico iraniano, “Il dio della guerra” è un thriller politico e dramma bellico che, al netto dei limiti tecnici dati da un budget limitato, non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni americane in quanto alla costruzione della tensione e del dramma umano.
Ciò che colpisce maggiormente del film è però la narrazione di un conflitto inevitabile e doloroso, ma al tempo stesso portato avanti secondo principi morali. Quella che nel corso dell’incontro lo stesso Di Cola ha definito “etica cavalleresca”. Quell’etica che impedisce di accanirsi su donne e bambini, di bombardare ospedali o trucidare innocenti. Quell’etica che nei conflitti attuali è andata completamente dissolvendosi.
Gli asceti combattenti
L’Iran non è semplicemente un paese del Medio Oriente. E non è neanche semplicemente un paese che sta affrontando la guerra e la devastazione. L’Iran è un paese che sta affrontando il lutto per la perdita, o volendo usare la dicitura più giusta, il martirio, del proprio leader politico e spirituale. L’Ayatollah Ali Khamenei.
Lo stesso nome dell’incontro, “Il Rivoluzionario col Sorriso”, deriva dal libro curato dallo stesso Di Cola, una raccolta di aneddoti e racconti dedicati alla figura di Khamenei, una figura testimoniata da chi lo ha conosciuto e stimato.
Un martirio, quello di Khamenei, accolto con uno sgomento, un dolore e una partecipazione che ha lasciato senza parole anche i suoi stessi nemici occidentali, fin troppo spesso impegnati a delinearlo esclusivamente come il tirannico leader di una teocrazia fondamentalista. Ma soprattutto un martirio che non possiamo del tutto comprendere se non trasliamo dalla nostra concezione di stampo cristiano del santo asceta che porge l’altra guancia a chi gli fa un torto. Nella concezione islamica, il santo è tanto asceta quanto combattente in prima linea, una concezione che, a rifletterci meglio, trova numerosissimi esempi anche nella cultura occidentale. Si pensi all’immagine del Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio di Gerusalemme, o a quella dei cavalieri medievali. Guerrieri mossi da un’incrollabile fede religiosa, che tuttavia non entrava in conflitto con la violenza della loro vita, poiché questa era mitigata da quella che abbiamo già chiamato etica “cavalleresca”.
Il sorriso rivoluzionario del popolo palestinese
Un’etica che, come dicevamo poc’anzi, sappiamo ormai essere totalmente scomparsa in conflitti come quello di Gaza. Un conflitto direttamente collegato alla morte di Khamenei. Un conflitto sulla cui brutalità e mancanza di codici d’onore troviamo una dolorosa testimonianza nelle parole di Giuseppe Youssef D’Amico. Questi, medico italiano di fede musulmana volontario presso la Striscia di Gaza, ci racconta di un popolo esausto e devastato dalla guerra. Un popolo consapevole che anche solo l’andare a pescare con delle zattere improvvisate può diventare l’ultimo atto. Ma al tempo stesso un popolo che, avendo perso il proprio passato e accettando l’incertezza del futuro, vive il presente con una pienezza che noi occidentali, troppo presi da consumismo sfrenato e comfort innecessari, non riusciamo neppure più a ricordare cosa fosse.
Questo e molto altro, è stato un semplice incontro fra uno sparuto gruppo di persone nel piccolo spazio di un teatro all’ombra del Colosseo. E per questo incontri come questi sono quanto mai necessari. Non perché un popolo imponga sull’altro la sua fede piuttosto che la sua cultura. Ma perché un popolo possa raccontare agli altri il proprio punto di vista sul mondo. Un punto di vista che si può anche decidere di non accettare e di non fare proprio. Ma il cui ascolto può permetterci di guardare dentro di noi e riscoprire quelle verità che nemmeno noi sapevamo di custodire.




