Tiananmen: il massacro che la Cina vuole dimenticare e che Rubio ritira fuori.
il 4 giugno 1989 l’Esercito Popolare di Liberazione aprì il fuoco sui propri cittadini. Quella notte, a Pechino e in altre città cinesi, centinaia di persone — forse migliaia, il numero esatto non è mai stato accertato — vennero uccise mentre manifestavano pacificamente in piazza Tiananmen e nelle strade circostanti. Trentasette anni dopo, nominare quegli eventi è ancora sufficiente a scatenare la furia diplomatica di Pechino.
Le proteste erano iniziate ad aprile, dopo la morte del riformista Hu Yaobang. Studenti, operai e intellettuali chiedevano più libertà politica, meno corruzione, più dialogo con il governo. Al culmine del movimento, si stima che un milione di persone avessero attraversato quella piazza. Il 20 maggio fu dichiarata la legge marziale. La notte tra il 3 e il 4 giugno i carri armati avanzarono verso il centro della capitale. All’alba la piazza era sgombrata e insanguinata. L’immagine rimasta impressa nella memoria collettiva mondiale è quella dell'”Uomo del carro armato”: un giovane in camicia bianca che, il 5 giugno, si para davanti a una colonna di tank con le buste della spesa in mano. Non si saprà mai chi fosse, né che fine abbia fatto.
La Cina non ha mai fornito un bilancio ufficiale delle vittime. Il governo ha definito quegli eventi una semplice “turbolenza politica”, liquidata con “la giusta conclusione”. Online, qualsiasi riferimento al 4 giugno è censurato: perfino il numero 8964 — che indica la data nella notazione cinese — è bloccato sui social media. I libri di testo non ne parlano. Le generazioni nate dopo il 1989 crescono senza sapere cosa accadde a duecento metri dal ritratto di Mao.
Per decenni l’unica eccezione era stata Hong Kong, dove ogni anno decine di migliaia di persone si radunavano al Victoria Park per una veglia alla luce delle candele. Dal 2020, anche quella cerimonia è vietata: la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino ha spento anche quella fiamma. I suoi organizzatori sono in carcere.
Quest’anno il promemoria è arrivato da Marco Rubio. Il Segretario di Stato americano ha dichiarato che il mondo commemora il giorno in cui il Partito Comunista Cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici, e che nessuna censura può cancellare il passato. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha risposto annunciando una “solenne protesta” formale, accusando Rubio di distorcere la storia e di interferire negli affari interni della Cina.
Il paradosso è evidente: Rubio era stato accolto ufficialmente a Pechino appena tre settimane prima, al fianco del presidente Trump nel vertice con Xi Jinping del 14 e 15 maggio. Accordi commerciali, dazi, Taiwan: tutto discusso attorno allo stesso tavolo, con gli onori di Stato. Poi, il 4 giugno, bastano poche righe su un massacro di 37 anni fa per far scattare la protesta formale. La ferocia con cui Pechino reagisce ogni anno alla semplice parola “Tiananmen” è, da sola, la prova più eloquente che quella verità è ancora viva — e che il Partito lo sa bene.




