Perché Cime Tempestose non ci ha convinto

“Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso, dove non posso trovarti.”
Parole brucianti che trasudano passione e sentimento: tutto ciò che al film manca.
Le aspettative su Cime Tempestose 2.0, il nuovo adattamento del celebre romanzo di Emily Brontë, erano altissime. L’opera originale non è soltanto una storia d’amore: è un terremoto emotivo, un’indagine feroce sull’ossessione, sulla vendetta e sull’impossibilità di domare le proprie passioni. Un classico gotico che ha segnato in modo indelebile la letteratura occidentale, influenzando generazioni di scrittori e lettori.

Alla regia troviamo Emerald Fennell, già nota per Saltburn e Una donna promettente. Nei ruoli principali, Margot Robbie e Jacob Elordi, coppia magnetica e perfetta sulla carta per incarnare l’amore tormentato tra Heathcliff e Catherine Earnshaw. La storia è ambientata nelle brughiere dello Yorkshire, paesaggio aspro e selvaggio che nel romanzo diventa specchio dell’animo dei protagonisti.
Eppure, nonostante le premesse, il film delude. Fennell sceglie di attenuare l’elemento più disturbante e radicale dell’opera: la vendetta come forza distruttrice e totalizzante. Al suo posto resta una narrazione più levigata, concentrata sull’estetica del sentimento e sull’intensità romantica, ma privata della sua componente più oscura. L’impressione è quella di un racconto che preferisce sedurre lo spettatore piuttosto che metterlo a disagio.
La messa in scena, definibile come un’allucinazione pop, è accentuata anche dalla colonna sonora di Charli XCX, che contribuisce a creare un contrasto straniante con l’universo gotico della Brontë. Il risultato è un prodotto visivamente accattivante, ma emotivamente meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe da un testo così feroce e viscerale.

Nel romanzo, la solitudine è un tema centrale. L’immaginario romantico europeo, evocato simbolicamente dal Viandante su un mare di nebbia di Caspar David Friedrich, celebra l’uomo solo di fronte alla natura come figura di libertà e sublimazione. Ma in Cime Tempestose questo ideale viene ribaltato. L’isolamento non eleva: consente di guardarsi dentro fino a scoprire il lato più oscuro di sé.
Heathcliff e Catherine non sono eroi romantici nel senso tradizionale. Sono personaggi travolti dalle proprie emozioni, incapaci di trovare una misura. L’incontro con se stessi non genera pace, ma odio, crudeltà, autodistruzione. È qui che il romanzo raggiunge la sua potenza: nel mostrare il fallimento dell’utopia romantica e nel trasformare l’amore in una forza devastante.
Il film, invece, sembra arretrare di fronte a questa radicalità. Semplifica, addolcisce, estetizza. Dove il libro brucia e ferisce, la pellicola si limita a suggerire. E nel tentativo di rendere contemporaneo un classico, finisce per svuotarlo della sua carica più scomoda e perturbante.
Cime Tempestose resta un’opera eterna proprio perché non consola. L’adattamento di Fennell, pur elegante e ambizioso, non riesce a restituire quella vertigine emotiva che continua, ancora oggi, a farci tremare tra le pagine di Emily Brontë.





