Oltre la guerra: le vite che restano in “Un tassista a Baku”

Due modi opposti di convivere con lo stesso trauma. Da un lato Elnur, tassista di Baku, che ha trasformato il dolore in apertura verso gli altri; dall’altro Kamala, sua nipote, che si trasferisce a Roma nel tentativo di costruirsi una vita lontano dal peso dei ricordi familiari. Un tassista a Baku, romanzo di Barbara Cassani edito da Aracne, costruisce la sua forza proprio nell’alternanza di questi due sguardi, diversi ma al contempo legati da una storia familiare segnata dal conflitto armeno-azerbaigiano del Nagorno-Karabakh.
Elnur è un uomo che ama il suo lavoro perché gli permette di conoscere persone, ascoltare le loro storie e raccontare la propria città. Il suo taxi viola diventa così uno spazio di incontro e di osservazione, una lente attraverso cui Baku si rivela nei suoi dettagli quotidiani, lontana da ogni immagine stereotipata. Nonostante la tragedia che ha colpito la sua famiglia —originaria di Agdam, distrutta dal conflitto— Elnur rifiuta l’odio come unica risposta possibile. «Odio quello che ci hanno fatto, ma avercela con un popolo intero sarebbe come far vincere la guerra», afferma, condensando una visione che attraversa tutto il romanzo: la memoria come responsabilità e non come prigione.
All’opposto si colloca Kamala, giovane donna cresciuta all’ombra di un passato che continua a pesare sulle generazioni successive. Il trasferimento a Roma rappresenta per lei il tentativo di allontanarsi da un dolore ereditato, amplificato dal silenzio e dalla sofferenza della madre Leyla, che sembra segnata in modo irreversibile dalla perdita del marito e della propria famiglia. Eppure la distanza geografica non coincide con una reale liberazione: Baku resta una presenza costante, un punto di attrazione che riemerge nei pensieri, nei silenzi, nelle analogie storiche che la stessa Kamala traccia tra l’Azerbaigian e Roma, unite da un passato remoto di attraversamenti e conquiste.
Il romanzo procede così per contrasti e risonanze, mettendo in scena due strategie diverse di sopravvivenza al trauma: da una parte l’apertura, la reazione, il movimento; dall’altra la fuga, la sospensione, l’incertezza. Cassani evita accuratamente ogni retorica bellica o semplificazione ideologica, scegliendo di raccontare la guerra attraverso le sue conseguenze intime, familiari e quotidiane. La scrittura, asciutta e misurata, fatta di frasi brevi e dialoghi essenziali, lascia spazio ai personaggi, alle loro fragilità e alla loro forza silenziosa. Un tassista a Baku di Barbara Cassani è un libro importante da leggere oggi perché propone uno sguardo raro: quello di chi rifiuta l’odio collettivo senza rimuovere il dolore e cerca una via possibile per andare oltre senza dimenticare. È un romanzo che parla di confini attraversati e confini interiori, di memoria e scelta, ricordandoci che restare ancorati al passato può diventare soffocante quanto rinnegarlo. E che, a volte, per tornare davvero a casa, è necessario prima trovare il coraggio di guardare ciò da cui si è fuggiti.




