The Mastermind: l’antieroe indolente di un sogno americano abortito
Anni Settanta. In un quartiere residenziale del Massachusetts, J.B. Mooney, padre di famiglia disoccupato e ladro dilettante, pianifica il suo primo grande colpo. Ha già scelto il museo, reclutato i complici e studiato il piano nei dettagli. Almeno così crede.
J.B. può essere considerato un cowboy metropolitano, guidato da una ingenuità luminosa e infantile di cui Reichardt si serve per fotografare la storia di una nazione che sembra sempre sul punto di nascere, ma in realtà è incapace di diventare adulta.
Con uno sguardo lucido e ironico, Kelly Reichardt smonta dall’interno le convenzioni dell’heist movie, firmando un film che ha convinto anche Cannes. In questa storia il furto non è tanto materiale quanto identitario: ciò che viene sottratto è un ruolo (figlio, marito, padre) continuamente ridefinito in nome della ricerca di qualcos’altro, che resta volutamente sfuggente.
Josh O’Connor dà corpo a un antieroe insoddisfatto e alla deriva, in una lettura ironica e pungente dell’individualismo americano.
È certo che J.B. non sia una grande mente criminale, vista la serie di errori grossolani che commette durante il suo “colpo grosso”. Risulta subito evidente quindi come il titolo sia ironico.

Quando l’io domina: caos e responsabilità negate
Come in una commedia, la regista si diverte a far naufragare uno dopo l’altro tutti i piani del suo ladro d’arte e, insieme, quelli del genere stesso. Cinema indie americano e riflessivo, che però Reichardt scuote ripetutamente, giocando con il tempo fino al finale sospeso e strozzato.
In The Mastermind questo elemento viene sublimato dalla coinvolgente colonna sonora di Rob Mazurek, noto cornettista e compositore della scena jazz contemporanea. La musica dà ritmo al film, rompe la sua inerzia e lo spinge lungo piani inclinati dove sembra scivolare o fermarsi di colpo. Ogni nota rende le scene imprevedibili, sorprendenti, sempre in bilico tra accelerazione e pausa.
Il volto di O’Connor restituisce con precisione una calma apparente, sempre sul punto di esplodere, insieme a un evidente smarrimento interiore. L’esistenza di J.B. è tutta rivolta verso se stesso: vive da mantenuto a casa dei genitori della moglie, trascina i figli in situazioni di totale irresponsabilità e considera le persone solo come strumenti da usare a proprio vantaggio.
Proprio qui il film svela la sua natura marcatamente politica. L’individualismo esasperato del protagonista si muove secondo le stesse traiettorie che contraddistinguono gli Stati Uniti contemporanei: un insieme di promesse infrante, di relazioni manipolate per interesse personale, senza alcun riguardo per le conseguenze.

L’anti-maschile come critica politica
Gli uomini che Reichardt mette in scena vivono in una dimensione anti-maschile: chiamati dalla società, dalla cultura e dalla politica a incarnare l’immagine ufficiale del maschio, finiscono invece storti, scomposti, frammentati su sé stessi.
Lo sguardo della regista è insieme sociale, culturale e politico: analizza i codici patriarcali, li smonta, li mette in crisi, senza mai attaccarli frontalmente, ma sempre con una tenerezza profonda.
J.B. cerca un posto nel mondo che non sia semplicemente accanto alla moglie o alle aspettative dei genitori. Anche il crimine, scoprirà con suo grande rammarico, è tutto fuorché un brivido: è un ponte verso vite da niente e sogni che, come il suo, una volta grandi, sono stati costretti a essere addomesticati.
La regista procede per nature morte, per piccole scenette quotidiane che sembrano insignificanti, ma che insieme compongono l’affresco sbiadito di un sogno (americano) costantemente abortito. Strade vuote, fienili, telefoni che squillano senza risposta: una tragicommedia in cui nessuno conosce davvero la propria parte, e che racconta molto dell’infantilismo contemporaneo di fronte alle complessità del mondo.





