Heart of the Beast, tra sopravvivenza e militarismo

Vi ricordate di Bear Grylls?
Dai, Bear Grylls! L’ex militare che ha campeggiato sugli schermi televisivi di tutto il mondo, tenendo migliaia di spettatori con il fiato sospeso mentre si avventurava nei luoghi più ostili del pianeta trovando i modi di sopravvivere nelle condizioni più estreme.
Ecco, se ve lo ricordate, recuperatevi qualche puntata dei suoi format televisivi. È più divertente di “Heart of the Beast” e sicuramente meno infarcito di propaganda.
Partiamo dal presupposto che chi vi scrive ha in generale dei problemi con i film di David Ayer.
Non ci piacciono le sue storie, fondamentalmente tutte uguali. La propaganda filo militarista (talvolta al limite del nazionalismo) di cui sono infarciti i suoi film. Non ci piacciono i suoi protagonisti, che dietro le facciate da uomini duri, puri e tutto d’un pezzo, nascondono blande imitazioni degli eroi muscolari del cinema anni ’80. Non ci piacciono i suoi dialoghi, con il loro malcelato tentativo di imitare Tarantino.
E in generale è lo stesso Ayer a risultarci in qualche modo antipatico. In particolare il suo essere tremendamente impostato e il suo prendersi maledettamente sul serio, anche fuori dal set o nelle interviste che rilascia. Un qualcosa che, dopo aver diretto cose come “Suicide Squad”, “Bright” o “The Beekeeper” semplicemente non puoi fare.
Eppure “Heart of the Beast”, risulta, almeno inizialmente, una piacevole ventata d’aria fresca in una filmografia talmente ripetitiva da risultare soffocante. Un prodotto atto a valorizzare gli aspetti positivi del cinema di Ayer e minimizzarne i difetti. Ma finisce inevitabilmente per strafare, facendo letteralmente a pezzi qualsiasi tentativo di realismo.
Figli di Odino
L’ex sergente maggiore in congedo James Belmont (Brad Pitt) si ritrova, in seguito ad un incidente, a dover sopravvivere nelle ostili foreste dell’Alaska insieme al suo fedele cane da ricognizione Odino.
Basta. Sulla trama non c’è letteralmente nient’altro da dire. Eppure, per circa tre quarti della pellicola, la povertà dell’intreccio risulta esserne il punto di forza.
In un certo senso, è come se Ayer ammettesse finalmente i suoi limiti come autore, di non saper scrivere bei dialoghi, né belle storie, dunque riduce entrambe le cose all’osso, scegliendo di puntare su elementi che, almeno in questo film, gestisce molto meglio.
Sceglie di puntare sul rapporto tra uomo e cane, un elemento facilone con cui già sai con certezza che farai presa su buona parte del pubblico. Su paesaggi mozzafiato che, bisogna renderne conto ad Ayer, sono stati scelti con grandissima cura e attenzione. Ma soprattutto su un divo come Brad Pitt, il quale, abbondantemente oltrepassata la soglia dei sessant’anni è ancora perfettamente in grado di reggere ruoli estenuanti e distruttivi dal punto di vista sia fisico che psicologico, e di sostenere sulle proprie spalle il peso dell’intero film.
Per buona parte del film Ayer non costruisce immagini. Crea sensazioni. Coinvolge lo spettatore in un’esperienza profondamente immersiva, quasi tattile, e lo fa massacrando letteralmente il suo protagonista. Il corpo cinematografico di Brad Pitt viene sfruttato in maniera estremamente distruttiva. Il film si diletta in maniera quasi sadica ad immergerlo in qualsiasi tipo di stress fisico e di trauma. Ma al tempo stesso sullo sfondo vengono lasciate tutta una serie di tematiche dal fascino universale e senza tempo. Dall’insignificanza dell’uomo rispetto alla grandezza della Natura, all’inconscio desiderio di inseguire l’autodistruzione per sentirsi vivi un’ultima volta.
Ma allora che cosa va storto?
Fondamentalmente il film si perde verso circa tre quarti. Quando la volontà di massacrare Brad Pitt mettendolo in qualsiasi tipo di situazione estrema va talmente fuori controllo da martoriare non solo lui, ma anche qualsiasi forma di realismo il film fosse ancora riuscito a preservare.
Il nostro povero protagonista si ritrova a combattere da solo interi branchi di lupi inferociti realizzati con una CGI così allarmante da ricordare i mannari de “Lo Hobbit”. A dover attraversare a nuoto zone paludose tragicamente simile alle paludi della tristezza de “La Storia Infinita”. E a trascinarsi in giro praticamente mezzo mangiato e con gli organi interni penzolanti. Insomma, diventa praticamente un fantasy nel senso peggiore del termine.
Eppure, nonostante l’Ayer sceneggiatore inizi a mostrare segni di cedimento e a strafare in modo del tutto innecessario, riesce a salvarsi in calcio d’angolo facendo fare a Brad Pitt una cosa del tutto inusuale per i suoi protagonisti. Lo fa piangere. Non è un pianto disperato, plateale e artificiale. È il pianto sommesso di un uomo che capisce di essere giunto al proprio limite, e che nonostante sia pronto a morire da tempo, si aggrappa ancora a quella scintilla di vita rimastagli. Ma anche se il regista riesce, almeno in parte, a liberarsi del machismo di cui i suoi lungometraggi sono da sempre impregnati, ciò non basta del tutto a salvare un’opera riuscita solo in parte.
Pur limitando i tipici difetti del cinema di David Ayer e dando risalto a un tema spesso ignorato, quello dei cani impegnati nelle forze armate, “Heart of the Beast” risulta un film praticamente nato già vecchio. Le sue immagini suggestive non riescono del tutto a offuscare la povertà delle sue idee. E le sue parti più emotive non riescono a compensare la retorica inutilmente seriosa e fortemente conservatrice che permea l’intera pellicola.




