Se il futuro del conservatorismo è il post-globalismo
Il globalismo, ci si aspetterebbe tutto fuorché essere un prodotto della destra di mercato. Ma, ahimè, non è nato con la sinistra progressista. Esso fa parte di un concerto di idee degli anni Ottanta, una collaborazione di intenti tra Reagan e Thatcher, i due grandi versanti conservatori oltreoceano.
Un modello che i due statisti hanno contribuito a costruire con l’obiettivo di rilanciare l’ordine internazionale liberale post-bellico. Con il risultato, però, di confezionare un progetto politico quasi progressista che ha ridefinito le categorie di destra e sinistra fino ad allora conosciute.
Da Trump a Meloni
Oggi quel modello si è trasformato, è evoluto, morto nella sua versione originale e costruttiva. La crisi del 2008 ha chiuso un capitolo e segnato la fine del paradigma Thatcher-Reagan: dalla “cattiva globalizzazione”, ai partiti conservatori che perdono il contatto con le loro basi popolari, fino ad arrivare alle nuove destre nazional-populiste identitarie o post-liberali.
Il Melonismo e il Trumpismo non a caso vengono da là. Meloni più moderata, Trump più reazionario. Due declinazioni di un conservatorismo che non costruisce più, ma reagisce, difende, si chiude.
La Thatcher nel tentativo di ristabilire i valori tradizionali e dell’epoca vittoriana vedi l’autonomia personale a discapito dello Stato, vedi la solidarietà comunitaria, finì per costruire qualcosa di nuovo poi spodestato dal capitalismo impersonale odierno. Quella “malattia” che il conservatorismo oggi, con enfasi sul politicamente corretto, dichiara di voler combattere, pur essendone in parte un prodotto degenerato.
In un ordine bipolare che si dibatte tra un partito dei valori e un partito dei diritti, il primo è divenuto reazionario, sofferente dell’egemonia finora detenuta dal secondo. Così “America First” e i pilastri “patria, famiglia e libertà” diventano i mantra di nuova generazione.
La rivoluzione sta nel distruggere quello che ha costruito il conservatorismo di vecchia scuola. L’avanzare di forze e dinamiche globaliste viene spazzato via, ma non per rifondare: per negare, per reagire. E allora viene da chiedersi: quale futuro resta davvero al conservatorismo?
Una prospettiva di lungo periodo
Se il globalismo ordinava il mondo con le regole economiche alla maniera keynesiana, il post-globalismo su cui si fonda il conservatorismo di oggi stabilisce confini e identità. La logica rimane la stessa: cercare un principio che risolva il caos, ma a cambiare sono i tempi.
Il paradosso sta nel fatto che se il conservatore per definizione tende a difendere l’ordine, al massimo ad elevarlo, e questo rimane valido se si guarda indietro, a politiche come il thatcherismo e reaganomics. Ma il conservatorismo del XXI secolo ribalta, rovescia nell’illusione di lucchettare il mondo, però, prosperando nella connessione globale.
Predicano il localismo, ma restano globali nel linguaggio. In America la rottura è con il globalismo repubblicano, in Italia, prevale il sovranismo culturale e identitario. Ma il processo storico, una volta messo in moto, è sempre irreversibile. La globalizzazione non è reversibile forse allora il vero messaggio, la reale esigenza, non è chiudere, ma riplasmare le istanze globaliste, ripensarle a misura d’uomo e di comunità. Un’aurea mediocritas? No, decisamente non è dei nostri tempi.




