Francia. Ipotesi e strade percorribili per Macron
In Francia la nazione si ritrova di fronte ad una situazione alquanto instabile. Lunedì il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato le proprio dimissioni, dopo che il suo nuovo governo era appena entrato in carica. È una situazione inedita per la politica francese, che in passato era abituata a governi e a maggioranze parlamentari molto più stabili. È anche una situazione molto incerta: non sembrano infatti esserci modi semplici per uscire dalla crisi attuale.
“Non ci sono le condizioni” per governare, ha dichiarato Lecornu, aggiungendo che “i partiti politici continuano ad adottare una posizione come se avessero tutti la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale. Ogni partito politico vuole che l’altro adotti il suo programma”. Spiegando i motivi del suo passo indietro e ha sottolineato di aver “cercato di costruire un percorso con le parti sociali”. La squadra di governo presentata da Lecornu ha subito forti critiche per l’eccesso di continuità rispetto al passato, con la conferma di ben 12 dei 18 ministri dell’esecutivo precedente, come Bruno Retailleau (Interno), Jean-Noel Barrot (Esteri) e Gerald Darmanin (Giustizia).
Il presidente francese Emmanuel Macron ha accettato le dimissioni, ma poi ha chiesto a Lecornu di restare in carica almeno fino a mercoledì per condurre un ultimo giro di negoziati con i partiti: Lecornu è il quinto primo ministro francese a dimettersi in poco più di un anno. Uno dei principali obiettivi del governo di Lecornu sarebbe l’approvazione della legge di bilancio per il 2026, che è molto contestata: finora però non è riuscito a trovare abbastanza sostegno. È uno dei risultati della grande frammentazione della politica francese: dalle elezioni del luglio 2024 non c’è una maggioranza in parlamento e i governi centristi che ci sono stati da allora sono stati tutti governi di minoranza.
Quali sono ora le ipotesi e le strade percorribili? Macron dovrebbe trovare qualcuno capace di assicurarsi un consenso più ampio dei suoi predecessori. Dalle elezioni dello scorso luglio, l’Assemblea Nazionale è divisa in tre schieramenti che finora non sono stati disposti a negoziare nessun accordo: il centro, formato da partiti che restano fedeli a Macron; i partiti di sinistra dei Socialisti, dei Verdi e della France Insoumise; e l’estrema destra, dominata dal Rassemblement National (RN).
Un’altra ipotesi è che questa volta, vista la gravità della crisi politica, Macron decida di sciogliere l’Assemblea Nazionale e organizzare elezioni anticipate. Legalmente può farlo: la Costituzione prevede che non si possano organizzare nuove elezioni a meno di un anno dalle precedenti. Le ultime sono state a luglio 2024, quindi questo limite non è un problema. Per Macron la questione è, più che altro, politica: i partiti che lo sostengono sono in crisi da anni, ed è molto, molto difficile che vadano bene, se ci dovessero essere elezioni anticipate.
Alcuni partiti in passato (in particolare La France Insoumise e il RN) hanno sostenuto che Macron, vista la situazione, dovrebbe dimettersi, per permettere ai francesi di eleggere un nuovo presidente. Macron però ha detto più volte che vuole rimanere fino alla fine del mandato, prevista per il 2027. La Costituzione prevede che il presidente possa essere rimosso solo nel caso in cui «manchi ai suoi doveri in modo chiaramente incompatibile con il suo mandato», e questo non sembra essere il caso. Il parlamento può provare a destituirlo, ma la procedura richiede una maggioranza di due terzi in entrambe le camere, ed è complicato.




