Successione del Dalai Lama. La Cina si intromette
Il dalai lama, capo spirituale dei buddisti tibetani, festeggia il 6 luglio i suoi novant’anni. Il leader spirituale ha dichiarato che il suo successore sarà designato secondo i metodi tradizionali del buddismo tibetano, cercando la sua reincarnazione e precisando che nessuno ha il diritto di interferire. Lui stesso si è espresso sull’argomento il 2 luglio, durante un intervento a Dharamsala, città indiana in cui vivono i tibetani in esilio.
Il Dalai Lama, nato a Lhamo Thondup nel Tibet nord-orientale nel 1935, è venerato come una divinità dai buddisti tibetani e considerato un separatista dalla Cina. Vive infatti in esilio dal Tibet dal 1959, in seguito alla fallita rivolta contro il dominio cinese nella capitale tibetana Lhasa, repressa dalle truppe cinesi. Il leader spirituale ha poi fatto della città collinare indiana di Dharamshala la sua sede e la maggior parte dei buddisti tibetani, sia in Tibet che in esilio, si oppone al rigido controllo cinese sul Tibet.
Il concetto di reincarnazione è centrale nel buddismo tibetano, ma il Partito comunista cinese, per cui teoricamente la reincarnazione dovrebbe essere un’eresia, ritiene di avere il diritto di scegliere il successore dell’attuale dalai lama dopo la sua morte. In nome di una lettura storica dei rapporti tra la Cina imperiale e il Tibet, Pechino sostiene che spetta alle autorità cinesi indicare la reincarnazione di Tenzin Gyatso, nome di nascita del 14° dalai lama.
Naturalmente il Partito comunista cinese non si è affatto convertito al buddismo. Al contrario, si tratta di una manovra di potere per ottenere il controllo del territorio e della vita dei dieci milioni di tibetani. Il Partito comunista cinese vuole indebolire la presa dell’istituzione religiosa sulla popolazione tibetana. Di sicuro Pechino riuscirà a suscitare una confusione tale che l’influenza del futuro dalai lama sarà ridimensionata.
La Cina fonda le sue rivendicazioni su una prassi introdotta nel 1793 dalla dinastia imperiale Qing, secondo la quale le reincarnazioni dei “Buddha viventi” vengono formalmente selezionate attraverso un sistema di estrazione da un’urna dorata che eviterebbe derive localistiche o manipolazioni politiche da parte di “forze separatiste”. Ci troviamo però in una situazione inedita. Quando Tenzin Gyatso fu nominato il Tibet era separato dalla Cina e ancora non esisteva la Repubblica Popolare fondata nel 1949 da Mao Zedong. Dunque è la prima volta che si parla di successione con il Partito comunista al potere. Con l’imperativo del Partito comunista di avere il controllo sulle religioni, c’è la possibilità che emergano due Dalai Lama, uno riconosciuto da Pechino e l’altro dal governo tibetano in esilio.




