Operazione Babilonia: Israele contro il nucleare iracheno
Nel giugno del 1981 Israele mise in atto una delle operazioni militari più controverse della sua storia: l’operazione Babilonia.
Si tratta dell’attacco al reattore nucleare iracheno “Osiraq”, un’azione militare fulminea e precisa con la quale lo Stato ebraico dichiarava al mondo la sua intenzione di non permettere che le armi nucleari finissero nelle mani dei suoi nemici.
Ma perché Israele sentì il bisogno di colpire? E perché proprio in quel momento?
Nel 1981 Israele era un piccolo Stato – neanche quarantenne – circondato da Paesi ostili. Dopo decenni di guerra il governo israeliano riteneva che non potesse correre il rischio che Saddam Hussein – all’epoca primo ministro iracheno – avesse accesso all’arma atomica.
Al tempo l’Iraq non solo non riconosceva Israele, ma aveva partecipato alla guerra del Kippur e finanziava organizzazioni terroristiche palestinesi: Saddam stesso aveva dichiarato che, con il nucleare, avrebbe “bruciato Israele in un giorno solo”.
Il reattore Osiraq, costruito vicino a Baghdad con la collaborazione della Francia, era ufficialmente destinato a scopi civili e di ricerca, anche se, secondo i servizi segreti israeliani le capacità dell’impianto e il tipo di combustibile fornito dai transalpani avrebbero astrattamente permesso la produzione di plutonio utilizzabile per una bomba.
Questo quadro non permetteva a Israele di fidarsi delle intenzioni dichiarate dall’Iraq, sospettando si trattasse di un programma di copertura per finalità militari.
Nel giugno del 1981 il reattore era ancora in fase di test e non era stato caricato con barre di combustibile radioattivo: ciò significava che un attacco non avrebbe causato una catastrofe ambientale o una nube radioattiva, come invece sarebbe successo se il reattore fosse stato già attivo. Per Israele allora quello era il momento giusto per intervenire senza alzare il rischio per la popolazione irachena e per tutta la regione.
In questo contesto, il primo ministro israeliano Menachem Begin, salito al potere nel 1977, formalizzò una posizione che poi prenderà il nome di “Dottrina Begin”: Israele non permetterà mai che un Paese ostile vicino a lei sviluppi armi nucleari; da qui si arriva alla logica dell’attacco preventivo, “meglio colpire prima che il nemico possa armarsi”.
Il 7 giugno 1981 otto caccia F-16 scortati da sei F-15 decollarono da una base nel Sinai e attraversarono i cieli di Giordania e Arabia Saudita a bassissima quota, in modo da sfuggire ai radar. In pochi minuti fu bombardato con successo il reattore Osiraq e nessun velivolo fu abbattuto, anche se si contarono 11 morti tra tecnici e militari presenti nell’impianto, tra cui anche un ingegnere francese.
Con il senno di poi molti esperti hanno ritenuto che l’Operazione Babilonia abbia effettivamente impedito all’Iraq di sviluppare una bomba nucleare almeno per quel periodo. Saddam Hussein riprese tentativi di programma atomico solo negli anni ’90, che furono poi interrotti con la Guerra del Golfo e successivamente con l’invasione del 2003.
L’attacco ha anche influenzato profondamente la strategia israeliana, infatti è servito da modello per operazioni simili, come quelle contro impianti nucleari in Siria nel 2007 o le minacce velate contro l’Iran nei decenni successivi.
L’Operazione Babilonia fu dunque un atto di guerra ma anche un messaggio chiaro, che ha segnato la politica di “sicurezza” del Medio Oriente fino ai giorni nostri.




