Israele e gli Houthi, un conflitto che non guarda in faccia nessuno
Tel Aviv non dorme più come prima. Non dopo quello che è successo all’inizio di maggio, quando un missile è piombato dal cielo yemenita, attraversando più di 2.000 chilometri, per esplodere a pochi passi dall’aeroporto Ben Gurion. In quel parcheggio, tra auto sventrate e sirene d’allarme, otto persone sono rimaste ferite. Nessuno è morto, per miracolo. Ma la città è cambiata, almeno per ora.
A colpire è stato un gruppo che, fino a pochi anni fa, in molti consideravano solo un attore marginale nella tormenta yemenita: gli Houthi. Ma quei giorni sono finiti. Oggi, i ribelli sciiti di Sana’a, sostenuti dall’Iran, si sono trasformati in un protagonista inquietante di un gioco di guerra molto più grande di loro. E quel missile era un messaggio chiaro: ci siamo anche noi.
Per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna guardare a sud, molto a sud, verso lo Yemen. Un Paese piegato da una guerra civile infinita, dove gli Houthi hanno preso il potere su una buona fetta del territorio. Ma lo sguardo dei loro leader ormai va ben oltre i confini dello Yemen. Da mesi, lanciano droni e missili non solo contro navi nel Mar Rosso, ma anche verso Israele. E quando lo fanno, dichiarano apertamente che è per “solidarietà con Gaza”.
In un mondo dove tutto sembra interconnesso, anche la guerra lo è. E così, quello che inizia come un conflitto tra Israele e Hamas, si trasforma in qualcosa di più vasto. Con nuove voci, nuove mani e nuove armi.
La reazione di Israele non si è fatta attendere. Raid aerei su Sana’a con conseguenti piste distrutte, aeroporti fuori uso e centrali elettriche ridotte in cenere. In questo caso non sono mancati i morti. Tra questi, anche civili. Come sempre, il prezzo più alto lo paga chi non ha mai premuto un bottone né imbracciato un fucile.
Il ministro della Difesa israeliano, con voce ferma e sguardo teso, ha promesso che chi tocca Israele sarà colpito “sette volte”. Promessa mantenuta. Ma il problema è che il dolore, in questi casi, non si misura in proporzioni. Un cratere a Tel Aviv non cancella una scuola rasa al suolo a Sana’a. E viceversa.
Quello che fa più paura, però, non sono solo le bombe. È l’idea che la guerra non abbia più confini. Gli Houthi, poco conosciuti fino a ieri, si stanno rivelando capaci di lanciare missili a lungo raggio, aggirando anche i sofisticati sistemi di difesa israeliani. Sono ben armati, ben organizzati, e soprattutto ben motivati.
Ma cosa vogliono davvero? La loro alleanza con l’Iran lascia intendere che l’obiettivo sia più grande della sola Palestina. L’idea è quella di diventare una spina costante nel fianco di Israele, un elemento di pressione permanente, anche per conto di terzi.
La vera minaccia, però, è quella che aleggia tra le righe, nelle conversazioni private tra diplomatici, nei briefing militari riservati: che il conflitto si allarghi. Che un attacco degli Houthi finisca per coinvolgere direttamente Teheran, o che Israele decida di colpire più duramente anche fuori dallo Yemen. Che una scintilla faccia esplodere una polveriera già pronta.
Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già colpito obiettivi Houthi in passato. Ma non basta. Il problema non è solo militare, è profondamente politico. La guerra, quando si trascina troppo a lungo, diventa una macchina senza guida, e fermarla richiede molto più che missili o droni.
Nel frattempo, a Tel Aviv, i bambini tornano a scuola con lo zaino e la paura. A Sana’a, si fa la fila per il pane mentre si osserva il cielo, temendo che il prossimo rumore non sia un tuono ma un’esplosione. La guerra a distanza ha accorciato le mappe, ma ha allungato le notti. Per tutti.
Finché non si troverà il coraggio — quello vero, che spesso manca più delle armi — per sedersi e parlare, resteranno solo detriti e titoli di giornale. E la gente comune continuerà a vivere con una domanda che si fa sempre più pressante: “Quando finirà?”




