D.l. Sicurezza: stop anche alla canapa light
Approvato lo scorso venerdì 4 aprile il d.l Sicurezza dal Consiglio dei Ministri, che tra le molteplici novità, introduce un divieto generalizzato che colpisce la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa introducendo una stretta sulle infiorescenze. Misura che non ha ovviamente mancato di dar luogo ad aspre diatribe, in termini tecnici, economici ed etici. I profili di interesse sono allora molteplici, ma partiamo dal dato normativo.
Non è ancora entrato in vigore, in attesa della firma del Capo dello Stato, che potrebbe arrivare nei prossimi giorni, ma già accese sono state le risposte delle associazioni di categoria, spalleggiate dai più dediti alla causa. Il testo del decreto prevederebbe una sostanziale sussunzione della cd. canapa light alle sostanze stupefacenti, indipendentemente dal livello di contaminazione (thc) in essa presente. La stretta abbraccia molteplici condotte, quali importare, cedere, lavorare, distribuire, commerciare, trasportare, spedire o consegnare infiorescenze di canapa. A questo rigore, che lo stesso Piantedosi non ha mancato di etichettare in termini di divieto assoluto, tempera una timida apertura alla produzione agricola di semi destinati agli usi consentiti dalla legge, entro i limiti di contaminazione stabiliti dal decreto del ministero della Salute.
Dubbi
Ciò che maggiormente ha sollevato perplessità tra i detrattori della misura è il timore per la ripercussione di detta restrizione sul versante economico-occupazionale, per un settore da circa 2 miliardi di euro l’anno con le sue 12 mila persone impiegate. Si cerca allora un tavolo di confronto, auspicabilmente prima della ratifica del decreto, che potrebbe comunque essere sospeso in via cautelare in caso di accoglimento dei ricorsi delle associazioni di categoria.
Dal canto suo il governo è apparso sino ad oggi granitico sulle proprie posizioni, forte di una lotta politica che non guarda a compromessi. La scelta di anticipare a tal punto la prevenzione in un settore così delicato, si inserisce in una prospettiva a lungo raggio, volta a scardinare un qualsivoglia contatto della società con sostanze che possano in qualche modo avere incidenza negativa sulla debolezza della psiche umana.
Si tratta di una visione che potrebbe in parte essere ricondotta ad un approccio paternalistico dello stato, presente in dinamiche in fin dei conti intime, più di quanto un qualsiasi liberare auspicherebbe. Eppure la manovra, nel suo piccolo, rileva un percorso che si sta tentando di intraprendere, che a prescindere dalla condivisibilità dei mezzi, si mostra in tutta la sua nobiltà per il fine.
Maggioranza
L’avversione della maggioranza per il mondo delle sostanze stupefacenti non è certo un cambio di rotta, e la ragione che si cela dietro questa avversione va rinvenuta nell’intima convinzione che scardinare una piaga come la droga significa rendere libere tutte quelle persone che vi rimangono intrappolate, significa costruire alternative propositive alla più semplice fuga in un “mondo stupefacente”; significa banalmente tentare di recuperare una misura in una società viziata dagli eccessi, che in un delirio di iper individualizzazione ha perso qualsiasi legame con l’etica ed è abbandonata al degrado sociale. Che la canapa light non sia un male in sé è ovvio ormai ai più, date le soglie di thc che non superano la percentuale dello 0,2.
La portata lesiva si manifesta invece laddove si guardi alla occasione di un primo contatto con il mondo degli stupefacenti, varco d’ingresso per una realtà che non tarda ad inglobare, rispetto alla quale sarebbe forse opportuno un fronte di lotta comune, piuttosto che la tradizionale frammentazione stagnante nelle roccaforti ideologiche.




