La lista dei “paesi sicuri” è stata inserita in un decreto legge
La prima nave italiana con a bordo sedici migranti diretti verso i nuovi centri in Albania è partita poco più di una settimana fa. Secondo i piani del governo italiano, d’accordo con quello albanese di Edi Rama, ogni mese verranno portati nei centri per migranti migliaia di richiedenti asilo, soccorsi nelle acque internazionali e fatti sbarcare nel porto di Shengjin (Albania) dalle autorità italiane, in attesa di un esame della loro domanda di asilo. Da qui i primi problemi. Già venerdì il Tribunale di Roma non ha convalidato il decreto di trattenimento di dodici migranti. il governo Meloni urla alla decisione politica da parte della magistratura, non fornendo prove, a differenza dei magistrati italiani. Ma facciamo un passo indietro.
I Paesi “sicuri”
Il protocollo operativo dei Cpr in Albania prevede che i migranti vengano soccorsi in acque internazionali del Mediterraneo dalle autorità italiane (quindi, non dalle Ong). Donne, bambini e soggetti più fragili saranno portati a Lampedusa. Tutti gli altri saranno imbarcati direttamente verso l’Albania. Tuttavia, questi centri sono pensati per accogliere solamente le persone (uomini adulti) provenienti da quei Paesi considerati “sicuri”. Vale a dire Stati che rispettano le libertà individuali e i diritti civili e che sono governati da un ordinamento democratico. Paesi per cui le richieste di asilo, a fronte di tali ragioni, risulterebbero infondate e che vengono quindi sbrigate in un tempo breve, per provvedere così al rimpatrio. Esiste, quindi, una lista che elenca i paesi che il governo italiano considera come “sicuri”. In primavera, un decreto interministeriale aveva ampliato questa lista, aumentando il numero dei paesi da sedici a ventidue . Fra i nuovi aggiunti, anche l’Egitto e il Bangladesh, da cui ogni anno provengono migliaia di migranti con richieste di asilo. I migranti provenienti da questi paesi “sicuri”, secondo il governo italiano, non avrebbero motivo per effettuare la loro richiesta, che segue quindi un iter accelerato ed un esame sommario rispetto alle richieste dei migranti provenienti da situazioni politiche considerate dal governo Meloni più problematiche. Aumentare la lista significa, quindi, diminuire la possibilità che nuovi migranti arrivino in Italia, nell’obiettivo più ampio di scoraggiare e ridurre nuove richieste. Lunedì 21, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che rende tale lista di Paesi, scesi con il decreto a 19, una norma ad hoc, dandole pertanto più valore istituzionale.
La sentenza della Corte di Giustizia europea
L’idea di rendere la lista dei paesi “sicuri” un decreto è nata proprio in relazione al primo respingimento dei dodici migranti provenienti da Egitto e Bangladesh dal Cpr albanese, operata dal Tribunale di Roma. Il tutto è scaturito il 4 ottobre, quando una sentenza della Corte di Giustizia europea si esprimeva su una richiesta di asilo in Repubblica Ceca di un cittadino moldavo. La Moldavia viene considerata un “paese sicuro”, fatta eccezione per la Transnistria, da dove proveniva il cittadino richiedente asilo. La Corte di giustizia ha dibattuto a lungo sul considerare o meno la richiesta valida, stabilendo infine che un Paese è da considerarsi “sicuro” solo se i principi di libertà e democrazia siano rispettati omogeneamente in tutto il suo territorio. In base a tale sentenza, i giudici italiani hanno valutato le stesse richieste dei primi migranti arrivati nel Cpr in Albania, prevalentemente dall’Egitto e dal Bangladesh, paesi in cui il rispetto dei diritti non viene garantito in tutto il territorio e verso ogni categoria di persone. In entrambi i paesi gli attivisti politici di opposizione vengono spesso perseguitati, e ci sono leggi molto severe contro chi appartiene alla comunità LGBTQ+.
Il nuovo decreto-legge
La risposta del governo Meloni non è tardata ad arrivare. Con il nuovo decreto legge e l’elencazione dei diciannove paesi considerati “sicuri” dall’Italia, Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha assicurato che la normativa «non serve per valutare il singolo caso», ma per «creare un’accelerazione in termini di tempo». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nella conferenza stampa a palazzo Chigi, ha detto che il provvedimento «nasce da una sentenza della Corte di giustizia europea molto complessa e articolata e anche scritta in francese, probabilmente non è stata ben compresa o ben letta» dai giudici. Con tale decreto-legge il governo punta a mantenere attivi i centri per migranti in Albania e non farli esaurire in un nulla di fatto da poco più di otto giorni da quando sono diventati operativi.




