Fermento in Argentina. Sciopero nazionale contro Milei
Mentre gli occhi di tutti sono puntati sugli attacchi a Rafah degli ultimi giorni, dall’altra parte del mondo un popolo protesta contro un uomo che proprio a Netanyahu ha dichiarato tutto il suo appoggio, affermando che “stare dal lato di Israele è un obbligo morale”. Il popolo in questione è quello argentino, l’uomo invece è Javier Milei, il nuovo presidente ultraliberista e di estrema destra eletto a dicembre 2023. Giovedì scorso l’Argentina ha assistito ad un grande sciopero nazionale, il secondo dopo l’elezione di Milei (il primo si era tenuto a gennaio).
Lo sciopero, organizzato dal principale sindacato argentino, la Confederazione generale del Lavoro (CGT), ha causato la chiusura di banche, scuole e molti negozi. Bloccati anche treni, metropolitane e la maggior parte dei servizi di trasporto pubblico, con l’eccezione di alcune compagnie di autobus. Anche molti voli aerei sono stati cancellati. Motivo della manifestazione era protestare contro i tagli alla spesa pubblica e la riforma del lavoro previsti dalla cosiddetta “Legge omnibus”, voluta dal presidente argentino e in discussione attualmente in parlamento.
La riforma auspicata da Milei è composta da 664 articoli che abrogano o modificano leggi in materia economica, fiscale, sociale e amministrativa molto diverse fra loro, ma che rientrano nel suo ambizioso e controverso programma elettorale. Fra le proposte più discusse dai media c’è, ad esempio, la privatizzazione di quasi una quarantina di aziende statali e l’aumento delle pene per chi organizza manifestazioni non autorizzate. La riforma più preoccupante è la richiesta, però, di un temporaneo trasferimento e accentramento di poteri dal parlamento al presidente per motivi di “emergenza pubblica”, una cosa che fa dubitare l’opposizione per l’eccessiva concentrazione di poteri nella figura di Milei. La legge, sostenuta anche dal principale alleato di governo di Milei, il partito di destra Juntos por el Cambio, è stata approvata alla Camera e ora è all’esame del Senato.
I dati sul consenso allo sciopero sono stati contraddittori. Da un lato, i sindacati hanno celebrato l’impatto della protesta su scala nazionale: secondo Rodolfo Aguiar, segretario generale dell’Associazione dei Lavoratori Statali (ATE), lo sciopero ha avuto il 97% di consensi. Dall’altro, il governo ha cercato di minimizzare: Manuel Adorni, portavoce della presidenza, ha descritto lo sciopero come “un fallimento assoluto”. Nel frattempo, Milei, direttamente dai suoi social, ha risposto alle manifestazioni con un post sarcastico, pubblicando una fotografia con una maglietta con la scritta “Yo no paro” (io non mi fermo), accompagnata dal suo ormai ripetitivo slogan “Viva la libertad, carajo”.
Ciò che preoccupa è proprio la follia populista che anima la costruzione del personaggio Milei. Quando parliamo del presidente argentino, parliamo di un uomo che non si fa scrupoli a postare selfie con personaggi controversi come Elon Musk, che conferma più volte il suo totale appoggio a Israele e si allinea con gli Stati Uniti per l’acquisto di armi. Milei è anche il presidente che nega la cifra dei desaparecidos de Argentina, toccando un tasto dolente nella memoria e nella storia di un popolo che ancora si trascina ferite aperte dalla dittatura del ’76. E mentre il suo mandato continua a sostenersi su toni da palcoscenico, modi aggressivi e strategie mediatiche, i dati allarmanti sugli indici di povertà in Argentina continuano a salire, raggiungendo da qualche mese il 57%, un numero che non si era mai visto da almeno vent’anni.




