Fallimento all’italiana

Fallimento all’italiana

prandelliL’Italia è fuori dai mondiali; Prandelli, il codice etico ed Abete lasciano la nazionale, un addio con delle dimissioni confuse come a trovare un appiglio, come a mettere sul banco varie cause così da far scegliere ad ognuno quella ritenuta più valida: prima il dito era puntato sul direttore di gara per il rosso di Marchisio, poi sull’orario di gioco delle partite, poi su Balotelli ed infine sul fatto che il nostro calcio non riesca a produrre giocatore veloci.

Andiamo con ordine; la nostra nazionale ha inaugurato il suo cammino mondiale con la vittoria contro l’Inghilterra, un due a uno che regala i tre punti, che mette in vetrina Sirigu come il degno sostituto di Buffon e che ci ricorda il piede fatato di Pirlo ma non abbiamo dominato l’Inghilterra, abbiamo vinto soffrendo. Il match con la Costa Rica: ogni commento è futile, va bene il caldo, va bene il fatto che la formazione di Pinto sia sicuramente abituata al clima locale ma, con tutto il rispetto per la Costa Rica, non era una partita da perdere. Ultima partita, l’Uruguay di Cavani e Suarez: la polemica qui si sposta sul rosso a Marchisio e sul nervosismo di Balotelli; l’espulsione può essere contestabile, ogni arbitro adotta un suo metro di giudizio, su Balotelli ed il suo temperamento  (Prandelli ha giustificato la sostituzione tra primo e secondo tempo con il nervosismo di super Mario) non sono una novità, chi segue il calcio conosce bene il tipo di giocatore figuriamoci se non lo conosce chi lo allena, la differenza è che il tifoso non sceglie la formazione, il mister si e le considerazioni su chi mandare in campo si fanno prima e non dopo la gara. Per quanto possa risultare poco simpatico Balotelli, non possiamo dare la colpa solamente a lui, almeno non in questa circostanza. Il calcio italiano non produce giocatori veloci; questa è forse la frase più discutibile, Cerci non è un giocatore lento, Giuseppe Rossi è rimasto in Italia e non è un giocatore lento e se vogliamo essere ancor più polemici (anche se far polemica a giochi chiusi è troppo facile) abbiamo dimenticato un certo Florenzi che magari non ha esperienza sul campo internazione (l’esperienza non è nemmeno il punto forte di Parolo) ma è un giocatore che sa adattarsi a svariati ruoli ed ha fiato da vendere.

Le dimissioni sono giuste ma vanno fatte senza troppi giri di parole, si sbaglia e ci si prendono le colpe; le guerra la perde il comandante non l’esercito. Manca la motivazione? La colpa è sempre del maestro non del discepolo. Non esistono scuse mister Prandelli, siamo spiacenti.

Sul rettangolo di gioco l’Italia perde ma a poche ore dall’esclusione dai mondiali, è un’altra notizia a farla da padrone: la morte di Ciro Esposito.

Video, articoli, prese di posizione da parte della stampa, pensieri su social network intrisi di odio e foto impazzano sul web. Intanto una madre ed un padre piangono la scomparsa di un figlio e non basta un lutto cittadino o una possibile vendetta a colmare quel genere di vuoto. La ricostruzione dei fatti porta svariate possibilità ma solo chi era presente a Tor di Quinto quel giorno sa come sono andate davvero le cose, prendere una posizione su una verità che al momento non è completa non serve, non adesso. L’unica cosa che occorre fare è semplicemente fare le condoglianze ad una famiglia orfana di un figlio. Si potrebbe scrivere un libro intero sulla morte dei tifosi, da Paparelli a Sandri passando per De Falchi ma non servirebbe nemmeno questo; il ricordo vive sui muri delle nostre città o sugli striscioni commemorativi, chi frequenta lo stadio preferisce un coro in loro onore lanciato durante una partita per ricordarli piuttosto che un articolo ben scritto da una mano che un giorno commemora la morte di un ragazzo e l’altro punta il dito contro la violenza degli ultras. Per questo motivo non ci soffermeremo sui fatti della finale di Roma, non eravamo presenti quel giorno e fare un copia e incolla di notizie da varie fonti per trovare un possibile colpevole non rientra nella nostra logica editoriale. Meglio non rispondere alle famose cinque “W” se non si è certi di cosa si scrive (si fa del male al giornalismo e diminuisce la stima del lettore); forse l’articolo non risulta completo ma non fa nulla, la verità non ha sempre una gabbia con sbarre definite l’unica certezza al momento, è che il calcio piange l’ennesimo angelo volato via troppo presto.

di Lorenzo Bruno

30 giugno 2014

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