L’ira degli ignavi e quella festa del lavoro che non c’è

L’ira degli ignavi e quella festa del lavoro che non c’è

Roma 30 Aprile. Appena uscito da lavoro, cuffie in testa, mi dirigo come ogni giorno a prendere la metro e, da circa due settimane incontro all’entrata una ragazza sulla trentina, minuta, occhiali, e tanta desolazione nei suoi occhi, con il cartello appeso al collo con scritto su: “Sono italiana, ho perso il lavoro e non ho soldi per mangiare e pagarmi l’affitto della stanza”.

Una cosa mi colpisce ogni volta. La differenza nella diffidenza.  Quel tocco di precisazione: l’esser italiana, che può fare la differenza (invana) e colpire l’animo altrui. La guardo e corro giù per le scale con un brivido che mi scuote la pelle e mi domando: domani sarà la festa del lavoro, migliaia di giovani si incontreranno al consueto appuntamento in Piazza San Giovanni per festeggiare la giornata del lavoro.  Ma domani non sarà la festa del lavoro, sarà la ricorrenza del Santo precariato e della benedetta disoccupazione.

Mi son sempre chiesto perché con questa disoccupazione non fosse ancora scoppiata una vera Rèvolution. Mi sono sempre risposto con la stessa domanda. Se non riusciamo ad avere il coraggio di chiedere alle persone che occupano l’entrata della metro di spostarsi e dirigersi verso il centro per creare più spazio, se non riusciamo a chiedere alle persone di mettersi sulla sinistra della scala mobile per far circolare i passanti, in che modo potremmo scatenare una Rivoluzione di così vasta portata? E’ quella che definisco l’ira degli ignavi o meglio l’ira di un surrogato degli ignavi, coloro che, non per colpa loro, “non fur vivi” in questo momento… nel momento in cui il coraggio, la determinazione e la voglia di sperare e credere possono far accrescere la probabilità di un futuro migliore.

Ma ciò dipende si dal singolo individuo, ma soprattutto dalla collettivizzazione di determinazione e  volontà costruttive che facciano crescere le basi per la costruzione di un presente e futuro migliore.

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