App Immuni. Diffusione e applicazione deludenti

App Immuni. Diffusione e applicazione deludenti
Fonte e editing: g2r

Da lunedì 15 giugno l’App Immuni è operativa su tutto il territorio nazionale. Il primo test è stato effettuato in quattro regioni italiane. Il ministero dell’Innovazione congiuntamente alla software house di Milano, Bending Spoons, hanno promosso lo sviluppo del sistema ufficiale Italiano per il tracciamento dell’epidemia da Coronavirus.

La testata online The Correspondent con il progetto Track(ed) Together ha coinvolto esperti e giornalisti di 80 paesi del mondo, che hanno enucleato le principali caratteristiche delle app nazionali, dichiarando che alcune app rispettano le regole sulla privacy, come quella in uso in Italia; ma in parecchi contesti, i dati raccolti sugli utenti, hanno destinazioni meno note, come in Russia, Cina, Corea, Quatar, congiuntamente all’obbligatorietà dell’impiego.

L’obiettivo di tutte le app è quello di registrare gli incontri; di fatto, i cittadini che risultano positivi al coronavirus, dovrebbero inserire all’interno della propria app un codice; l’app, in comunicazione con un server centralizzato, rileva la zona di provenienza del soggetto positivo al Covid-19 e avvisa gli utenti, tramite notifica (nella quale viene fornita la sola data) qualora gli stessi siano entrati in contatto con un malato nei giorni precedenti alla sua registrazione.

Spostandosi da Stato a Stato cambia la tecnologia: alcuni Paesi utilizzano il bluetooth, Europa e USA; altri il GPS, Islanda; altri ancora il codice a barre. Alcuni Paesi invece, seppur nel rispetto della privacy, hanno deciso di utilizzare un mix di tecnologie, per essere più efficaci: bluetooth e gps, come in Israele.

Il progetto tedesco di tracciabilità Pan European Privacy-Protecting Proximity Tracing è naufragato in tempi brevi, per 2 ordini di fattori, l’indisponibilità di Apple di modificare la configurazione dei telefonini e la disponibilità di troppi dati a livello europeo che avrebbero minato la privacy dell’intero Continente.

Apple e Google hanno messo in campo una strategia di registrazione, via bluetooth, degli incontri fra utenti, ma senza trasferimento centralizzato dei dati dal telefonino. Inoltre i 2 colossi hanno fornito l’Application Programming Interfaces, che ha consentito ai programmatori di sviluppare le singole App nazionali.

Questa tecnologia ha trovato consenso in USA e Gran parte dei Paesi Europei, tra i quali Germania, Spagna e Italia; mentre Francia, Gran Bretagna e Svezia hanno optato per la centralizzazione dei dati, rispettivamente nel SSN e con dati aggregati, verso il Governo svedese.

Ma ammesso e non concesso che le App funzionino adeguatamente, la criticità è rappresentata dalla scarsezza dei download e dall’irrisorio impiego della App, una volta scaricata.

Tanta reticenza viene riscontrata anche nei Paesi tecnologicamente all’avanguardia come Stati Uniti, Singapore, Australia, Norvegia ed India, dove la percentuale dei download varia dall’8 al 25%.

Intanto, le aspettative del 60% di download sono state fortemente disattese. Molti paesi, tra cui Italia e Olanda, arrivano ad un 20/25% di coinvolgimento della popolazione, a patto che si utilizzino i sistemi cartacei e convenzionali, in affiancamento a quelli digitali. Il 20% della popolazione italiana vuol dire 12 milioni di persone. In pratica, a livello nazionale l’App potrà funzionare se sarà nello smart-phone di 1 italiano su 3.

Contando che al 20 giugno, Immuni è stata scaricata da circa 3,3 milioni di utenti (consideriamo gli aggiornamenti al 20 luglio) l’app è stata installata da circa 4.300.000 di utenti, come dichiarato dalla ministra Pisano in un’interpellanza. In sintesi, per raggiungere la soglia del 20% e non del 60%, mancano all’appello ancora 8 milioni di download. Per non parlare dell’esiguità dei numeri dei messaggi di notifica (46) e di soggetti allertati, 23 su 60 milioni di abitanti.

Alcuni Paesi come il Belgio hanno rinunciato a priori al tracing telematico, anche per l’ampia variabilità delle risposte e degli errori, sia in senso negativo che positivo, sui contatti; per non parlare degli alti costi di testing una volta segnalati i contatti.

Ma la vera ragione del fallimento è da ricondursi a due motivi fondamentali: il primo risiede nell’allentamento delle tensioni e preoccupazioni sul contagio; il secondo fattore è determinato dalla forte reticenza ad auto denunciarsi, anche se in anonimato, per ciò che concerne i contatti stretti avuti in precedenza.

Nei primi mesi il tracing è stato fortemente enfatizzato da politici e studiosi come se fosse la vera panacea contro il coronavirus. Attualmente le app hanno avuto un costante e progressivo ridimensionamento mediatico, tranne qualche ostentazione dell’app scaricata da parte di qualche legittimista.

La vera battaglia contro il virus si vince con l’isolamento tempestivo (lock down) e il treatment subitaneo (negli Stati Uniti, sono stati individuati 21 farmaci, già esistenti, sperimentati per bloccare la replicazione di Sars-CoV-2), in presenza dei soli, ben individuati e ormai conosciuti segni clinici, senza necessità di un testing repentino (terapia ex adiuvantibus).

Nella migliore delle ipotesi, se l’app per il tracing, nei mesi e negli anni diventasse più familiare a tutti i cittadini del Pianeta, perché non utilizzarla per evitare il contagio di molte malattie che producono mortalità o morbilità come la TBC, L’AIDS, tutte le malattie esantematiche, lo Streptococco beta emolitico tipo A, e in generale tutte le patologie ad elevata trasmissibilità, naturalmente in modalità obbligatoria, come previsto per i vaccini?

A parte la reticenza individuale, che fine farebbero le multinazionali farmaceutiche?

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