Come ti divento un complottista (o almeno ci provo)

Come ti divento un complottista (o almeno ci provo)

La stagione estiva è alle porte, eppure la passione politica non sembra voler andare in vacanza. Sarà stata probabilmente questa lunga parentesi dovuta al Covid-19 a raggelare per un po’ gli animi, a placare la fiamma della discussione pubblica; sta di fatto che questa parentesi sembra ormai alle spalle e il termometro politico pare innalzarsi proporzionalmente alle temperature stagionali.

L’Italia, benché i tg vogliano trasmettere tutt’altro e le pubblicità insistano su questo patriottismo da compravendita (del tipo “compra questo divanetto in finta pelle, è italiano!”), è un magma incontrollabile di questioni più o meno serie, di problemi da risolvere, di dinamiche anche molto datate, che odorano di naftalina e che proprio per questo necessitano ed esigono una risposta. Nel magma sguazza l’informazione e, nell’epoca del digitale, qualsiasi tipo di informazione. Nell’arco di pochissimi minuti può crearsi agevolmente un gruppo d’influenza, che può produrre un contenuto più o meno attendibile in grado di condizionare l’opinione pubblica in ogni caso. Senza addentrarsi troppo nel fantastico mondo delle fake news, che potremmo immaginare come una mirabolante ragnatela in cui ogni ragnetto tesse il proprio pezzetto, si trastulla e trova piacere nel raccontare una bella storiella, pensiamo a quella galassia di personaggi tra il comico e il grottesco che sono emersi nei primissimi giorni dopo la riapertura: generali che si buttano in piazza inneggiando all’abbraccio collettivo (della serie “volemose bene”), in barba a tutte le norme sulla prevenzione del contagio; pseudo-preti che corrono anch’essi in piazza per mettere in atto esorcismi contro Bill Gates (l’ultimo stadio della secolarizzazione?); KKK de noantri che lanciano bottiglie di vetro contro i giornalisti al grido “giornalista terrorista”; politici che, ignari delle norme (il che è già gravissimo), si fanno selfie tranquillamente e senza mascherina.

Dai fatti alle parole: una cosa sporca

Ciò che è curioso di questi personaggi, maschere dell’Italia post-Covid (forse) sono i loro gesti, ma anche e soprattutto i loro discorsi (alcuni fanno ridere molto). Qui viene in mente un passaggio di Verità e menzogna in senso extramorale di Nietzsche, in cui il filosofo riconduce la menzogna alla prima e peculiare funzione dell’intelletto umano: l’uomo pensa e, nel pensiero, trova delle maschere (“io nel pensier mi fingo” direbbe Leopardi). Questo fatto i sopracitati personaggi l’hanno capito molto bene ed è proprio grazie a ciò che riescono a creare e a far funzionare le loro teorie. A una persona impaurita e insicura, possono facilmente iniettare una qualsiasi opinione e, anzi, tanto più l’opinione è ben architettata, tanto maggiore sarà l’accoglimento.

Detta così, però, la strategia è ancora poco efficace. Nel corso di questi giorni, mi sono chiesto quale possa essere il segreto di colui che costruisce o voglia costruire un discorso complottista. Per essere onesti sino in fondo, l’ho trovato dopo molta riflessione in una piccola nota di uno scritto di Jacques Derrida. In quella nota, il filosofo francese accenna a una certa struttura a étron (lascio al lettore l’onere di tradurre la parola) in contesto diverso, ma certo non molto lontano da ciò di cui si sta parlando.

Poniamola con un’immagine, di cui anticipatamente ci si scusa, poiché nello sforzo non si è riuscito nella produzione di altro. Ipotizziamo, allora, di avere un’urgenza e di essere obbligati ad andare in un qualsiasi bagno pubblico. Giunti nel privato di questo bagno, ci accostiamo al water e, di colpo, notiamo al suo interno una presenza inquietante, che emana un rivoltoso puzzo. Abbiamo di fronte a noi il problema, l’étron, di cui però la soluzione pare lontana: per quanto sia possibile ricostruire catene causali, non riusciremo mai a capire chi sia l’artefice di quell’opera.

La teoria o pseudo-teoria di questi personaggi, tra cui troviamo anche alcuni che si autoproclamano filosofi, gettando solo fango sulla disciplina, funziona proprio così: posso produrre qualsiasi cosa, tanto l’autore non si vede, è mascherato o non c’è proprio. In quella che potremmo chiamare la “teoria a étron”, possiamo inserire tutto, tanto usciremo di scena non appena questa sarà prodotta. Dalla singola teoria a étron, si passa ben presto a una galassia di teorie che poi, magicamente, si mescolano generando favole umoristiche che, però, funzionano e attaccano nel comune sentire.

In realtà tutto questo regge anche per una certa debolezza di memoria e pigrizia tutte italiane, ma sta di fatto che il segreto del successo risiede proprio nel modo in cui il comunicatore produce la sua informazione.

Uscita (dal bagno)?

Il dilemma a questo punto diviene come fuggire da questi rischi. Qui si potrebbe anche essere drammatici o semplicemente realistici e dire che non se ne esce, e non si è drammatici soltanto per tirare su un po’ gli animi. Ciò che si può fare, allora, è impegnarsi nella ricerca e nella ricostruzione, al massimo delle possibilità, di notizie e informazioni che vengono date, anche se il rischio di ricadere nell’étron è molto alto. Un consiglio potrebbe essere quello di fare attenzione al momento in cui la struttura a étron scivola nell’informazione singola stessa. Per esempio: “Notizia: Quello che non ci vogliono dire”. In questo caso occorrerebbe far attenzione a non cedere facilmente a quel “vogliono”, per tentare invece di risalire al soggetto di quel verbo. Questione di grammatica? Forse, ma non solo. È sicuramente una questione con cui sporcarsi le mani e in cui non basta semplicemente tirare lo sciacquone.

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