Covid 19. Una “rivoluzione” mancata

Covid 19. Una “rivoluzione” mancata
Fonte immagine: g2r

La prima promessa che ci siamo fatti, parlando all’interno del mio gruppo di amici, quando hanno iniziato ad emergere le responsabilità politiche sulla strage che l’epidemia di Covid ha provocato, soprattutto in Lombardia, è stata: cerchiamo di non dimenticarcene dopo. Teniamo a mente nomi e cognomi di chi poteva evitare, o per lo meno rendere meno pesante quello che è successo, quando tutto sarà finito.

Le responsabilità di chi ha sottovalutato la situazione all’inizio dell’emergenza

Mi sto riferendo ovviamente a certi esponenti politici, soprattutto sindaci, i quali, un po’ come Ambrogio Spinola nei Promessi Sposi, avevano del tutto sottovalutato le prime avvisaglie di una tragedia annunciata, sorretti dalla convinzione che il motore inarrestabile di certe città non poteva essere fermato nemmeno per qualche giorno. Non vanno ovviamente esclusi, anche solo per par condicio, i governatori di alcune Regioni, il cui vaso di Pandora fatto d’inefficienza e politiche orientate unicamente al profitto si è aperto d’improvviso al verificarsi del primo caso di contagio. Ma parlo anche di giornalisti che denunciavano deliri collettivi o artisti che, lamentandosi dei primi stop ai concerti, si preoccupavano per quelli che ai loro occhi erano soltanto isterie di gruppo. Si badi bene, non credo ci sia tanta differenza tra le responsabilità di un politico e quelle di un giornalista o un cantante, soprattutto per l’influenza senza dubbio maggiore che l’opinione dei secondi ha sul grande pubblico, specie quello più giovane.

Non scordiamo poi alcuni movimenti di recente nascita, i quali affermavano che l’unico virus degno d’interesse era il razzismo, cosa senza dubbio vera, ma rifiutandosi in questo modo di applicare l’antica arte del discernimento. Ora gli stessi si riciclano in gesti di solidarietà che mi sembrano mossi più dal senso di colpa che da una reale convinzione.

Oggi che, almeno per quanto riguarda la famigerata “prima ondata”, sembra essere tutto passato, ci siamo già stancati anche di ricordare. Siamo durati poco a cantare sui balconi. Si è esaurito il nostro sostegno incondizionato a medici e infermieri. Non sono più i salvatori della Patria. Anzi, ci manca poco che per qualcuno siano addirittura i responsabili della crisi e della recessione imminenti.

Ci stanchiamo molto presto noi italiani. In un Paese in cui, come nella migliore tradizione cattolica romana, tutto è incentrato sulla famiglia, atteggiamento condiviso anche da chi denuncia l’ingerenza della Chiesa in questioni di Stato, se mio figlio resta senza pennarelli è più importante di una malattia che sta provocando decine di migliaia di morti. E poi si avvicina la stagione estiva. La priorità adesso è assicurarsi la possibilità di andare al mare.

Le radici storiche dello “spirito” degli italiani

Questa poca costanza tutta italiana ha precise radici storiche. Noi siamo un Paese che una rivoluzione vera non l’ha mai fatta. Sì, abbiamo avuto il Risorgimento, ma non abbiamo mai tagliato le teste come i Francesi. E non lo faremo nemmeno stavolta. Neanche metaforicamente.

Secoli di invasioni ci hanno convinti inconsciamente che mettere in discussione il potere costituito sia inutile. Tanto vale arrangiarsi con piccoli trucchetti per sfuggire al suo controllo, sentendosi dei piccoli Al Capone e innescando in questo modo un’improduttiva guerra tra poveri.

Spesso ravviso persino un atteggiamento servile e adulatorio nei confronti di chi rappresenta l’autorità o anche semplicemente si trova nelle condizioni di prendere delle scelte che possono influire positivamente su altri, ad esempio un impiegato pubblico o chi lavora nella selezione del personale, come se queste fossero le concessioni sporadiche di un sovrano assoluto e non il normale riconoscimento di spettanze o meriti.

È la perversione così ben rappresentata da Monticelli nella figura del Marchese del Grillo, il quale sa benissimo che è facile fare il bello e il cattivo tempo in un contesto sociale in cui “io so io e voi non siete un cazzo”.  Non è più l’Italia di primo Ottocento, ma pare che non sia cambiato molto. Credo che questo senso di sottomissione sia spesso alla base del cancro mafioso e della simpatia di cui alcuni boss della malavita godono tra la società civile.

Insomma, lo dico con una non malcelata tristezza, non cambieremo mai. Teniamoci questi politici che si sentono fighi perché intercettano i likes dei più ‘ggiovani e questi rapper che li sponsorizzano. Malcolm X li avrebbe chiamati “negri da cortile”. Ma d’altronde oggi Beppe Sala, un Trump con la maglia di Che Guevara, è un riferimento per i rapper molto più di Malcolm X.

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