Restare umani al tempo del coronavirus. L’importanza della dimensione simbolica

Restare umani al tempo del coronavirus. L’importanza della dimensione simbolica
Fonte immagine: g2r

In questi giorni la nostra attenzione è totalmente catalizzata dall’invisibile che si è reso percettibile nel suo essere gravido di effetti reali. Il mondo continua ad accadere, ma il nostro di universo sembra essersi ridotto a una bolla di sapone fatta di numeri che hanno il suono di un lamento, privazioni, incertezze e tenui sprazzi di luce. In questa sorta di surreale realtà c’è qualcuno – come chi scrive – che ha il privilegio di star seduto di fronte ad un computer, su un letto disordinato ma comodo, con la musica nella testa e nelle orecchie, e a partire da questa condizione privilegiata può permettersi un lancio nell’ermeneutica del presente e del futuro.

Restare umani al tempo del coronavirus: non si tratta di scegliere

Ci si può considerare al riparo dal rischio di perdere la propria umanità? Mangiare, dormire, espletare bisogni corporei, piangere, ridere: il virus sembra averci ridotto alle nostre funzioni primarie dopo aver tirato via il di più che riempiva le nostre esistenze.

Ecco, ma questa inedita esperienza di vita non suggerisce forse che quel di più non è uno strato superficiale che può essere raschiato via ma la nostra propria forma? Che la dimensione simbolica, quindi, non è un orpello privo di significato, ma il senso primario dell’esistere? L’essere umano, come ci insegna l’Antropologia Culturale, possiede un patrimonio biologico più povero rispetto alle altre specie animali, l’essere umano è un dispositivo culturale caratterizzato dalla capacità di apprendere, ma – si potrebbe aggiungere – anche dalla capacità di dimenticare, di de-costruire le proprie posture e, successivamente, ricostruirle.

Fonte immagine: Wired

Il nostro bisogno di nutrirci per sopravvivere ha assunto la forma culturale del pranzo domenicale dai nonni, quello che spesso si protrae fino alle tre di pomeriggio sfuggendo ad ogni possibilità di controllo. L’istinto alla riproduzione ci ha condotto verso la nobile arte dei sentimenti: abbiamo coniato la parola amore, le abbiamo permesso di esistere riempiendola di concetti come rispetto, fiducia, condivisione; qualcuno sceglie persino di declinare il proprio sentimento scambiandosi un anello come pegno e giurando fedeltà di fronte a un impiegato comunale.

Siamo riusciti a normare il dolore riunendoci di fronte a una bara di marmo perché no, per dirsi addio non basta un semplice saluto, è necessario celebrarsi; per rendere l’abisso più tollerabile è necessario porsi di fronte a un volto che riflette la sofferenza e così la rende leggibile, tollerabile. Abbiamo disciplinato gli incontri stringendoci la mano o baciandoci calorosamente sulle guance e poi abbiamo costruito strutture che profumano d’incenso per gridare all’unisono “credo”.

La natura di queste pratiche, a cui oggi stiamo rinunciando con fatica, è appresa ma non per questo meno reale. Ciò che facciamo, in quanto esseri umani, è costruire orizzonti di senso attraverso strutture simboliche, è trasformare la materia in sostanza conferendole ogni volta un nuovo nome. E allora ti amo lo sussurro al telefono, ti bacio al di là dello schermo, ti piangerò dopo aver toccato il tuo corpo freddo, ti saluterò per sempre dopo aver smesso di preoccuparmi per la mia stessa vita, farò pace con me – forse – non appena avrò avuto la possibilità di condividere il mio dolore con l’Altro.

Bergamo. Fonte immagine: Repubblica Milano

Cantare l’inno nazionale dai balconi, seguire le dirette Facebook dei propri beniamini o dell’esperto di turno, ascoltare il bollettino della protezione civile non è altro che l’espressione della necessità di continuare a dirsi umani, di potersi pensare – ancora – come produttori di senso. Questi atti, sebbene considerati più artificiosi nell’assenza della dimensione corporea, rappresentano il modo attraverso cui gli individui stanno cercando di ricalibrare le relazioni e la propria quotidianità, affidandosi a nuove cerimonie.

Quando questa parentesi straniante potrà dirsi conclusa probabilmente porteremo i segni di ciò che abbiamo appreso sul nostro corpo: forse sorrideremo sotto la mascherina e ci presenteremo a uno sconosciuto con il sudore nascosto sotto ai guanti di lattice, parleremo dai balconi con il vicinato, canteremo di nuovo la domenica mattina non per necessità ma per desiderio, ma saremo forti del fatto che siamo stati capaci di esistere inventando nuovi archetipi e, soprattutto, consapevoli che l’umanità non è un vestito che si smette, neanche in tempi di pandemia.

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