Essere felici o avere successo: questo è il dilemma

Essere felici o avere successo: questo è il dilemma
Fonte immagine: greenMe

Essere felici o avere successo: questo è il dilemma e, soprattutto, si possono avere entrambe le cose?

Per rispondere a questa domanda dovremmo essere in grado di definire cosa sono la felicità e il successo. Ma io non lo sono.

Consideriamo che questi due obiettivi non possano essere raggiunti allo stesso momento: quale dei due è più importante, a cosa bisogna dare la priorità?

È giusto spingere le nuove generazioni al successo come se non ci fosse alternativa all’eccellenza, come se la sufficienza non esistesse?

Nel mondo della scuola sono sempre più frequenti i casi di attacchi di panico, crisi d’ansia ed esaurimenti nervosi e la maggior parte dei giovani si definisce insoddisfatta di sé dal punto di vista accademico. Allora viene da domandarsi: è giusto? È giusto che a quindici/sedici anni ci si senta svenire perché non si è riusciti ad ottenere il punteggio massimo al test? A quell’età non dovrebbero pensare ad uscire con gli amici, a contestare i propri genitori, a sognare il ragazzo o la ragazza che piace loro e, perché no, a cambiare il mondo?

Non dico che dobbiamo abbandonare i giovani a se stessi, assolutamente no, hanno (anzi abbiamo) assolutamente bisogno di nuovi stimoli e nuove sfide. Quello che mi domando è se non sia più stimolante sfidarli ad essere felici che, attenzione, non è necessariamente più facile che raggiungere il top di una carriera accademica.

Tornando al dilemma iniziale, dobbiamo spingere i nostri ragazzi a fare ciò che gli riesce bene, ciò in cui hanno maggior possibilità di avere successo o piuttosto dovremmo lasciargli fare ciò che gli piace anche se non sono portati, anche se magari porteranno a casa un risultato mediocre o anche insufficiente. Magari non si è portati per qualcosa ma esiste stimolo migliore della voglia di riscatto, del desiderio di dimostrare che ce la si può fare anche se nessuno crede in te e lasciarli lì a guardarti mentre raggiungi i tuoi obiettivi da solo?

Quando spingete i giovani a fare ciò che ritenete più giusto, per farne delle persone di successo, per soddisfare le aspettative della società ed entrare in quel preciso target considerato accettabile, ci pensate che tra quarant’anni voi sarete morti e loro saranno infelici?

Tra quarant’anni avremo una generazione di cinquantenni e sessantenni cresciuti in cattività, ingabbiati in una vita che gli è stata cucita intorno ma che non è della taglia giusta, frustrati e insoddisfatti. È questo che vogliamo?

Si può essere dei falliti ed essere felici?

O forse si può dire che nel momento in cui siamo felici abbiamo raggiunto lo scopo della nostra vita? (e non il contrario). Che se sei felice allora che importa di che titolo di studio hai, di quanto guadagni o di che lavoro fai. Chi ha più potere sul mondo del futuro: un insegnante o un direttore di banca? Chi è considerato più di successo? Qual è il titolo più prestigioso? Forse bisogna tornare ad interrogarsi su cosa sia davvero importante, sul fatto che la vita non è una gara di corsa ma che se anche lo fosse esiste una serie di cose che dovremmo tenere a mente:

  1. Un argento olimpico non è un insuccesso né un fallimento.
  2. Il vincitore di una gara non si vede alla partenza, né a metà strada, ma all’arrivo.
  3. All’arrivo di questa gara sarà finito il tempo della carriera accademica e di quella lavorativa e rimarrà quello che, a volte, mi sembra essere considerato il contorno. Rimarranno gli affetti, le relazioni, le persone e non esiste corso universitario in grado di salvarti dalla solitudine se non sei disposto a rinunciare ad una briciola di successo per una briciola di umanità.

di Elena Tricerri

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