La nebbia all’…irto Colle capitolino verso una primavera di quali intese?

La nebbia all’…irto Colle capitolino verso una primavera di quali intese?
(http://www.museodiroma.it/it/)

La fitta nebbia che ha velato le nostre albe capitoline durante le fatidiche tornate elettorali del 26 scorso è un bell’invito a parafrasare la poetica del Carducci. Diradate or ora le coltri nebbiose, i cieli romani ci appaiono così come sarà il nuovo scenario politico italiano. Vale a dire, piuttosto nuvoloso.

Chi ha vinto, chi ha perso? Un bel rompicapo, stando alle narrazioni che imperversano sul web. Chi la dice cruda, chi la dice cotta. Sembra comunque troppo affrettato trarre delle conclusioni, alcune delle quali trovano un po’ tutti d’accordo, altre tendenziosamente di parte.

Appare chiaro che la Lega abbia fatto qualche mossa sbagliata sulla sua scacchiera, muovendo una pedina che poteva essere facilmente “mangiata”. Con tutto rispetto per la Borgonzoni che sicuramente ha le carte in regola per essere lanciata nell’agone politico, è stato facile chiedersi quanto opportuna fosse la sua candidatura alla guida di una regione come quella romagnola, là dove il territorio è già da anni sorretto da una politica assai ben organizzata su molti fronti. E l’ancor giovane Stefano Bonaccini (53) ha raccolto ciò che ha saputo seminare.

È risaputo come l’Emilia- Romagna sia la migliore regione del nostro Paese (avercene, di regioni così coi tempi che corrono), dove vive gente soddisfatta, pragmatica, che non ama sorprese di sorta, che ama la buona cucina coi “turtel” e i sanguigni e generosi lambrusco o sangiovese.

Salvini conosce bene le delizie del palato romagnole, lui che spilluzzica dappertutto con l’appetito giovanile che si ritrova. Piuttosto, nelle more della breve ricreazione post-elettorale, anziché fare il monello suonando alle porte, inizi a prepararsi per i prossimi giochi con qualche dieta disintossicante e una buona tisana alla camomilla prima di coricarsi. Ciò non farà certamente piacere alla sua Francesca, ma servirà a temperare certe sue avventate risoluzioni.

Diciamolo pure, senza tema di essere fraintesi, che ci eravamo quasi affezionati alle effusioni murali di quella coppia ballerina Salvini-Di Maio, ai “sì” e ai “no” di una convivenza mal assortita che non poteva sfociare altro che in un divorzio.

Siamo una nave che va, quasi una nave fantasma che, nelle nebbie di un novello bipolarismo, procederà al rimorchio di quelle poche forze residue che, dallo smembramento dei 5Stelle, troveranno rifugio là dove prima non sognavano di approdare. Siamo pronti a un inedito teatrino dei “pupi” che ci faranno divertire, si fa per dire, coi saltellamenti da una parte all’altra dei nuovi transfughi.

Attendiamo ora la convocazione prevista in marzo degli Stati Generali dei Pentastellati. Chissà perché la cosa ci tiene in fibrillazione, con gli interrogativi del casose riusciranno a rispettare l’appuntamento di primavera; se, ancora, riusciranno a trovare una diversa identità e sopravvivere; ultimo, se Luigino Di Maio, si toglierà ancora la cravatta.

Ciò che resta sul tavolo del Bel Paese sembra di poterlo assimilare a un quadro astratto, che potremmo interpretare in due modi: o come un  enigmatico “taglio” di Lucio Fontana o come “L’urlo” di Munch. Ipotesi, questa, non augurabile.

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