Agosto, Stato mio non ti conosco

Agosto, Stato mio non ti conosco
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Eh, sì.  Al di là delle pesanti anomalie climatiche provocate dal surriscaldamento globale, i mesi di luglio e agosto, secondo le saggezze proverbiali, sembrano da sempre essere mesi divisivi per certi “colloqui” intimi. Fatte le eccezioni del caso sulle quali non stiamo a dilungarci, così come in una coppia tale sembra essere in questo momento il rapporto cittadino-Stato.
Le ultime notizie di questo scorcio ferragostano ci pongono di fronte ad un “redde rationem“, che da tempo teneva in bilico le nostre sorti politiche, sfociando in una inevitabile e scontata crisi di maggioranza. Non potevamo attenderci altro, laddove le due anime – Lega e 5Stelle – sono andate rivelandosi sempre più insofferenti gli uni agli altri in un bailamme di situazioni identitarie e ideologiche irreparabilmente inconciliabili.  Potremmo svegliarci domani senza un tetto sulle spalle, nella svogliata prospettiva di un ritorno alle urne al cadere delle foglie d’autunno.

Fragilità dei sistemi di prevenzione

Per noi romani, viene facile prendere ad esempio Roma l’Eterna, una città che nessuno vorrebbe governare nella consapevolezza che assidersi su quello scranno al Campidoglio richiede notevoli capacità di esperienza politica e sacrificio. Laddove non esistono tali prerogative, sembra una chimera attendersi un onesto abbandono dell’incarico o quantomeno circondarsi di collaboratori di provata e specifica competenza.
A Roma non dovrebbe piovere né tirare un alito di vento. Ma la notte degli ultimi di luglio il cielo l’ha mandata giù di brutto. In una sinfonia senza soluzione di continuità di fulmini e tuoni, la violenza del temporale ha procurato vasti allagamenti in tutta la città, dove ha perso tristemente la vita una donna con la sua auto, sradicando i rami più precari degli alberi, molti dei quali giacciono sui marciapiedi delle periferie a tutt’oggi.
Va detto che la gestione del verde romano è stata affidata a un sistema assai comune ma estremamente dannoso per la vita di un albero, chiamato “capitozzatura“, consistente nel taglio indiscriminato di alberi d’alto fusto onde evitare col maltempo una facile caduta, ma che genera la scomparsa di specie animali utili alla biodiversità.
Al momento, l’Urbe è territorio di divieti a strisce bianco-rosse. Il Comune approfitta dell’esodo ferragostano per sistemare le falle stradali, causa di tanti incidenti a persone e mezzi di locomozione. Non è mai troppo tardi. Continua così l’operazione di propaganda elettorale dell’attuale governance capitolina che non naviga in acque troppo tranquille, laddove le stelle del suo emblema brillano solo lassù, nel cielo di una bellissima ma disastrata Capitale.

Socialismo utopico: Robert Owen

Viene a questo punto da chiedersi quale possa essere la ricetta per un buon governo. Bella domanda, un tantino ingenua in questo frangente politico che da un momento all’altro ci riserva continue sorprese, come sta avvenendo da ben due anni a questa parte.
Il fatto è che ci è capitata sott’occhio la figura di un personaggio storico, che filosofi ed economisti conosceranno bene. Si tratta di Robert Owen, vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’800, promotore di una filosofia di particolare profilo progressista nel rapporto lavoratore-azienda.
Imprenditore e sindacalista, ricoprì un ruolo molto significativo nella storia del movimento operaio della Gran Bretagna. Era quello un periodo in cui i datori di lavoro gestivano il “truck system“, in cui gli operai venivano pagati in parte con “buoni” da spendere negli spacci interni alle fabbriche in cambio di prodotti scadenti.
Anticipatore delle politiche Welfare del ‘900, la filantropia di Owen gli permise di creare nella sua fabbrica scozzese “New Lanark“, uno dei centri industriali più importanti in tutta Europa per la filatura del cotone, sito protetto dall’Unesco con migliaia di visitatori ogni anno. Il sistema socialista di Owen non solo migliorò la base dei negozi co-operativi favorendo la spesa degli operai negli spacci con prodotti di ottima qualità, ma divenne un polo di studi per tutta l’emergente borghesia inglese, ritenendo che un lavoratore felice e soddisfatto potesse rendere meglio di un lavoratore oppresso e sfruttato.
Fermamente convinto che le persone fossero il prodotto del loro ambiente, nella sua ideologia prettamente illuminista affermava che solo attraverso l’istruzione l’uomo può ritrovare la sua armonia naturale.
Friedrich Engels lo descrisse come “un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al sublime“, aggiungendo che “ogni movimento sociale ed ogni reale progresso in Inghilterra da parte dei lavoratori è legato al nome di Robert Owen“.
Quanto possano tornarci utili le utopie in queste logiche talmente deflagranti di governo squisitamente italiano, non lo sappiamo. Bisognerebbe chiederlo ad Owen, che probabilmente si starà rivoltando nella tomba.

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