Città di ieri, città di oggi

di Rosalba Di Perna

Come non basta risiedere in una città per conoscerla bene, allo stesso modo non basta saper parlare una lingua per avere (un’esperienza) del linguaggio. Bisogna anche saper ascoltare, abitare la distanza, tendere l’orecchio verso sconosciuti. Su questo banale ragionamento vive, a volte parassitariamente, l’architettura contemporanea. Lo aveva capito già il viennese Friedensreich  Hundertwasser, le cui colorate opere architettoniche ne fanno l’artefice se non l’anticipatore della bioarchitettura.

L’arte, per Hundertwasser, diventa un possibile ponte fra natura ed umanità, e questo si capisce già da quelle finestre mai uguali a sè stesse e il dovere degli alberi di crescere sopra i tetti, quasi a curare la bruttezza delle case. Come già Rilke ci invitava a pensare la parola “casa” entrando in essa Oh, io che voglio crescere, guardo fuori e in me ecco cresce l’albero. Io sono in ansia e in me sorge la casa. Cerco riparo ed ecco il mio riparo ,  cosi’ anche Hundertwasser la sottrae al tempo che passa, trascende lo spazio geometrico, la linea retta è senza Dio e il sorgere diventa emblematico di una possibilità psicologica. E le stanze, che per Hundertwasser sono spazi intimi e anime attive ci fanno invece paradossalmente cogliere la specifica configurazione esterna degli edifici di Hundertwasser, bizzarri, colorati, irregolari, dai moduli curvi, in cui si mescolano materiali fridericiani, gaudiani e moderni. Sulle facciate colloca sempre finestre in maniera casuale, come occhi, seguendo la convenzione romantica e contrapponendola all’illusione moderna. Opere di edilizia popolare, verrebbe da dire, ma senza quella razionalità nascosta dietro l’apparente casualità, come fu di certi prospetti del milanese Iganzio Gardella.
Ecco, l’artista è l’origine dell’opera. L’opera è l’origine dell’artista. Nessuno dei due è senza l’altro. Essi possono essere soltanto in virtù di un terzo elemento da cui traggono il nome: “l’arte”. Ed è proprio per l’arte che milioni di visitatori ogni anno attraversano città, per vedere, frequentare musei. Ma perchè andiamo in un museo e che cosa vi vogliamo incontrare? Il museo è esso stesso già una cornice, che in quanto tale rassicura e consente di distinguere oggetti che non si trovano fuori dalle sue mura, rimandandoci sempre alla sola voglia di essere protagonisti del paesaggio urbano. Nient’altro che l’immagine che prevale sull’immaginazione, grado zero dell’ umano narcisismo, che si alimenta dell’idea stessa di viaggiare, godere delle luci della città, così sensuale solo perchè popolosa. Ma una città non è bella o grande perchè satura di negozi, di edifici, di gente, semmai perchè capace di annunciare il suo segno con dei simboli. Ed anche per questo, oggi, nelle città non bisognerebbe avere la pretesa di costruire solo opere dall’alto profilo architettonico. Basterebbero invece pochi episodi eccezionali. L’architetto dovrebbe in effetti mantenere un tono sempre piu’ basso rispetto al suo personale desiderio di apparire. A furia di utilizzare solo materiali ipermoderni, high-tech, titanici futurismi, non ne avremo che una città aliena, mostro, monstrum appunto, come il manifestarsi di eventi incredibili, straordinari, che violano la natura.  Quanto sarebbe bello invece avere un’idea della casa che si restituisce alla natura, nel tempo, come rudere.
Tanti pericoli reali vivono dietro questi orrori, che poco a poco trasformano anche il concetto di popolo sostituendolo con il concetto di massa, che del popolo è la desolante parodia. Indipendentemente da cosa si dica, tutti ormai hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi e la bellezza pare essere solo una questione di peso, di consumo, di marketing o di shopping. Si, perchè le città oggi devono per forza avere qualcosa da “dare”, ma non dimentichiamoci che queste ultime dovrebbero avere anzitutto qualcosa da “dire”. La crisi della città troppo grande non è che l’altra faccia della crisi della natura.
Perchè le città vivono in simbiosi con la natura, al pari delle montagne e dei fiumi crescono in altezza ( I grattacieli), aumentano in profondità ( le metropolitane), attraversano colline ( le gallerie) e uniscono sponde (I ponti). Si trasformano , come ricorda Walter Benjamin “paesaggio, ecco cosa diventa la città per il flaneur. O piu’ esattamente: la città gli si apre come paesaggio e lo racchiude come stanza”.
Il paesaggio, che in sè custodisce già  il concetto di paese, ovvero di pagus, dovrà finalmente essere visto non solo come contorno di un testo, luogo che viene di volta in volta abitato dall’essere umano, ma dovrà essere inteso altresi’ come protagonista assoluto della rappresentazione artistica, come natura sulla quale interviene l’artista. Concetti già studiati intorno alla metà degli anni Settanta dalla corrente denominata Land Art , cioè arte che si fa specchio fedele di quella naturalità di cui abbiamo continuamente e ossessivamente memoria, nonchè nostalgia. L’ Arte intervenendo direttamente sul paesaggio, esce da ogni cornice. Esperienza radicale che si esprime cioè direttamente nell’ambiente, nell’Aperto, anche se, bisogna dirlo, noi purtroppo conosceremo sempre solo di rimando lo spazio puro, come segno, e non possiamo che costruirlo, innerlich.

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