A diciannove anni da via D’Amelio. Ma nulla è cambiato

di Aristide Tomasino

Il 19 Luglio del 1992, allorquando una Fiat 126 imbottita di tritolo detonava in via D’Amelio vi era la Prima Repubblica. E sempre in quella Prima Repubblica, Paolo Borsellino, magistrato antimafia iscritto alla corrente di destra di Magistratura Indipendente, aveva condotto brillanti indagini al fianco dell’amico Giovanni Falcone e di un pool di magistrati intenzionati a bloccare l’avanzata di Cosa Nostra.

Da allora nulla è cambiato. Nonostante a Caltanissetta, prima con la Boccassini e poi con Lari, si cerchi di dare ampio respiro e stimoli nuovi alle novità che possano individuare i mandanti delle stragi, dopo quasi un ventennio, si fanno solo buchi nell’acqua.

Si individuano mafiosi su mafiosi presunti stragisti seriali, si è fatto il nome del Premier e del braccio destro senatore Dell’Utri come possibili mandanti, ma nulla di concretamente effettivo realmente dimostrabile con i fatti.

Nel frattempo, dalla morte del giudice palermitano da quel torrido 19 luglio 1992, sono avvenute diverse trasformazioni politiche nel nostro Paese.

La prima Repubblica è caduta sotto la scure della Procura di Milano, Tangentopoli ha fatto piazza pulita della nuova classe dirigente e Silvio Berlusconi, allora rampante cinquantasettenne e imprenditore, diventa la figura politica più rappresentativa del nostro Paese.

Adesso la situazione, un po come i dossier sulle stragi, non è cambiata. Abbiamo un settantacinquenne attempato al potere pronto – e si spera – a cedere il passo a giovani della politica più motivati e coerenti dell’uomo di Arcore e la potente Dc è stata rimpiazzata da partiti e partitini molto simili a quel colosso politico, spesso con personaggi vecchio stile al suo interno (ricordiamo De Mita, Cirino Pomicino e robe simili).

Il Pci non esiste più ma non ne sentiamo la mancanza. Il Msi a cui Borsellino era tanto legato si è trasformato in diversi partiti fino a raggiungere il suo stato più pietoso e irriconoscibile. Futuro e Libertà dell’ex Delfino di Almirante, Gianfranco Fini.

Caro Paolo, ricorderemo sempre il tuo impegno antimafia e il tuo coraggio, ma hai avuto una grande sfortuna: nascere in un Paese in cui rinnovamento e giustizia sono più chimere che vocaboli da mettere in pratica.

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