«Run like hell!», e Kathy Switzer cambiò la Storia

«Run like hell!», e Kathy Switzer cambiò la Storia

Esistono passaggi cruciali, che nascono dalla passione e dall’ostinazione, oltre che dalla spinta di qualcuno che crede in te. Mentre accadono forse non si subodora ancora il punto di non ritorno che rappresenteranno nella Storia, piccoli o grandi mattoni di un futuro che sarà per sempre differente. Ebbene, Kathrine “Kathy” Switzer è stata protagonista proprio di uno di questi cambiamenti, uno spartiacque tra un prima ed un dopo che creano uno strappo.
Siamo nel 1967, un passato prossimo fatto di tante conquiste ancora da realizzare. Tra queste, la partecipazione delle donne ad una maratona, ritenuta una distanza proibitiva per il “gentil sesso” o “sesso debole”. E Kathy, senza gentilezza e debolezza, voleva assolutamente partecipare a quella che viene considerata la maratona più importante a livello mondiale: la Boston Marathon, che annualmente si svolge ogni terzo lunedì di aprile dal 19 aprile del 1897, in occasione del Patriot’s Day, la tradizionale festività del Massachusetts con la quale si celebra l’inizio della rivoluzione americana.

Kathrine Switzer, meravigliosa donna che il 5 gennaio prossimo compirà 69 anni, sin da bambina ha un percorso individuale insolito. La famiglia è il primo tassello fondamentale nel sviluppare un’inclinazione anticonformista, consigliandole a dodici anni di non fare la cheerleader come tutte le altre adolescenti. Il padre le sottolineò quanto fosse preferibile essere attori e non semplici spettatori della propria vita, e che quindi le consigliava di indirizzarsi verso uno sport in cui ci fosse qualcuno che tifasse per lei. Questo fu l’inizio di un percorso che l’avvicinò ancora di più alla corsa, che già amava, in quanto allenamento ideale per lo sport scelto, l’hockey su prato. È il 1959, e non era consueto vedere ragazze correre per strada, tantomeno coprendo una distanza di 3 miglia giornaliere.
Nel passaggio al Lynchburg College, in Virginia, non abbandonò l’hockey, ma la sua insoddisfazione cresceva di pari passo con la superficialità delle sue compagne di squadra, le quali vivevano lo sport come un semplice passatempo. Fu così che colse al volo l’occasione offertagli dall’allenatore della squadra maschile di corsa, il quale vedendola correre ogni giorno le chiese di unirsi a loro, in previsione di una gara che richiedeva un elemento in più. Questo fu il primo step da superare, uno step fatto di minacce non proprio velate in quanto era non solo impensabile, ma anche scandaloso che una donna corresse con gli uomini. La carriera sportiva nell’America di allora era prerogativa degli atleti maschi.

Il cammino per cambiare la Storia però era ancora tutto in salita e tutto da sudare. Alla Switzer fu chiaro sin da subito che, per il momento, l’unico modo per seguire lavorativamente la sua passione era di iscriversi all’università di Syracuse per diventare una giornalista sportiva. Senza però mai smettere di allenarsi correndo ogni giorno e forzando, anche qui, un po’ la mano. Chiese infatti di essere ammessa agli allenamenti della squadra maschile, in attesa di un domani differente, sentendosi rispondere: «È da 30 anni che faccio l’allenatore e mai prima d’ora una studentessa mi aveva rivolto una simile richiesta. Non posso farti partecipare alle gare perché è contro il regolamento, ma sei la benvenuta».
Piano piano si stava avvicinando al compimento del suo destino, complice anche un incontro fortunato, uno di quelli che fanno la differenza. Nel 1966 conosce Arnie Briggs, postino dell’Università, ma soprattutto maratoneta in ben 15 edizioni della Boston Marathon, che provocato dalla tenacia della ragazza ne diventa coach inseparabile, nonché amico. Kathy fremeva, e questa sua inquietudine le faceva sempre superare il limite imposto dalle circostanze. I più, a questo punto, avrebbero già ceduto e si sarebbero arresi. Lei, ragazza diciannovenne, invece di assecondare il divieto di allenarsi in inverno al chiuso con i maschi, si mise a percorrere imperterrita ed in solitaria dalle 6 alle 10 miglia tutte le sere, gelo, pioggia, neve che ci fosse. Proprio in queste corse, dalle condizioni atmosferiche proibitive ed avverse, fiorì in Kathy il desiderio di partecipare alla maratona di Boston. Era certa, disse ad Arnie Briggs, che l’essere in grado di correre le 10 miglia significava che sarebbe stata capace di farne anche 26. Nonostante fosse una competizione esclusivamente maschile, Arnie si fece contagiare dalla determinazione di Kathy, e iniziarono la difficile preparazione per portare la distanza a 26,2 miglia. Traguardo non solo raggiunto, ma anche allungato da Kathy di ulteriori 5 miglia.

Siamo finalmente nel 1967, anno fatidico che la vide iscriversi alla gara, non in forma anonima ma regolarmente, firmandosi come era solita fare «K.V. Switzer». Ora si trovava nella condizione di essere la prima donna regolarmente iscritta ad una competizione per soli uomini, e comunicò il fatto al suo fidanzato, Tom Miller, che dopo un iniziale momento di divertito stupore, decise di non abbandonarla iscrivendosi lui stesso, con il suo fisico da lanciatore di martello. Alla partenza Kathy era in ottima compagnia, non solo del suo fidanzato ma anche di John Leonard, compagno di università, e di quanti le si avvicinavano per dimostrarle solidarietà, una volta compresa la situazione, facendosi scudo protettivo nei confronti degli inflessibili giudici di gara. Sfortunatamente, o forse meglio dire fortunatamente, i giornalisti che seguivano la corsa a bordo di un autobus, si accorsero ben presto che Kathy non era un uomo ed iniziarono a scattar foto a questa ragazza dai capelli svolazzanti e dall’immancabile rossetto, fatto che scatenò l’immediata reazione dell’integerrimo direttore di gara Jock Semple, che inferocito fece fermare il pullman per fiondarsi con tutte le sue forze verso Kathy. Attimi veloci, nei quali lui la afferra da dietro con l’intenzione di spingerla fuori per impedirle di proseguire. Era contro il regolamento, punto: «Vattene dalla mia gara e dammi la pettorina!». Kathrine è colta di sorpresa, esita, non riesce a divincolarsi, nemmeno l’inseparabile Arnie Briggs riesce a liberarla da quella presa. Peccato che Semple non avesse fatto ancora i conti con i 106 chili di Tom, che prontamente bloccò il giudice, facendolo capitolare a terra. Arnie, capendo la confusione di Kathy, urlò le uniche parole che potevano servire in quel momento: «Run like hell!», e lei non solo chiuse la gara in 4 ore e 20 minuti, ma soprattutto fece in modo che venissero puntati i riflettori su un pezzo di Storia che apparteneva anche alle donne ed andava riscritto.

La Switzer da questa esperienza ne uscì ancora più forte e decisa, facendo in modo che la sua partecipazione non rimanesse un caso isolato e sensazionale, ma diventasse una leva per abbattere inutili barriere, umane e sportive. Grazie al clamore suscitato, nel 1972 ci fu il via libera alla partecipazione femminile alla maratona di Boston, con il giudice di gara Semple a trasformarsi da “aguzzino” a fattivo sostenitore, anche se per la prima maratona olimpica si dovrà aspettare il 1984, a Los Angeles.
Dopo otto partecipazioni alla Boston Marathon, Kathy riuscì a vincerla con il tempo di 2:51. Una vita in velocità, a tagliare sempre nuovi traguardi, come donna, giornalista ed atleta, con un insegnamento, quello di non cedere mai: «Nella vita ho avuto fortuna. I miei genitori ed Arnie mi hanno sempre detto che potevo fare qualsiasi cosa. Come donna non mi sono mai accontentata di giocare con le bambole o fare solo la cheerleader. Sì, mi piaceva giocare con le bambole od indossare bei vestiti, ma mi divertivo anche ad arrampicarmi sugli alberi e a fare sport. Dopo la mia esperienza a Boston, capii che vi erano milioni di donne al mondo che erano cresciute senza credere di poter superare i limiti a loro imposti. Volevo fare qualcosa per migliorare le loro vite. Ciò di cui abbiamo bisogno è il coraggio di credere in noi stesse ed andare avanti passo dopo passo».

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