Buto, il tempio nascosto che il radar ha strappato all’oblio
Nel cuore del Delta del Nilo, dove il paesaggio sembra custodire sotto la polvere una memoria più antica
della storia stessa, una nuova scoperta archeologica sta mostrando quanto il futuro della ricerca dipenda
ormai da tecnologie capaci di leggere il terreno come una pagina invisibile. A Buto, l’antica città sacra
dedicata alla dea Wadjet, gli archeologi hanno individuato una grande struttura sotterranea risalente a
circa 2600 anni fa grazie a un sistema integrato di radar satellitare e tomografia elettrica, una combinazione che fino a pochi anni fa apparteneva più all’ingegneria aerospaziale che all’archeologia classica. Buto, oggi Tell el-Fara’in, occupava una posizione centrale nella geografia religiosa dell’Egitto faraonico. Prima dell’unificazione del regno era una delle capitali simboliche del Basso Egitto e nei secoli mantenne un prestigio spirituale enorme, anche quando il potere politico si spostò altrove. Gli archeologi lavorano da tempo in quest’area complessa, stratificata da millenni di occupazione umana e resa difficile dalla presenza della falda acquifera e da un terreno estremamente instabile. La vera novità non riguarda soltanto ciò che è stato trovato, ma il modo in cui è stato trovato. Gli studiosi hanno utilizzato immagini radar del satellite Sentinel-1 del programma europeo Copernicus, capaci di rilevare anomalie nel sottosuolo attraverso variazioni minime di umidità e densità. A queste informazioni sono state affiancate indagini di resistività elettrica che hanno permesso di costruire una sorta di mappa tridimensionale del terreno sepolto. A una profondità compresa tra i tre e i sei metri è emersa una grande struttura rettangolare in mattoni crudi attribuita all’epoca saitica, tra il VII e il VI secolo avanti Cristo. Gli scavi successivi hanno restituito muri, fondazioni artificiali in sabbia e oggetti rituali legati al culto di divinità come Iside, Horus e Bes. Da tempo il radar satellitare viene utilizzato nella ricerca archeologica, ma negli ultimi anni la sua applicazione ha conosciuto un’accelerazione impressionante grazie alla disponibilità di immagini gratuite ad alta risoluzione e alla crescente potenza dei software di elaborazione. Studi internazionali pubblicati sulle principali riviste di telerilevamento mostrano come queste tecnologie siano ormai in grado di individuare resti sepolti, monitorare siti fragili e persino ricostruire antichi paesaggi urbani senza alterare il terreno con scavi invasivi. L’aspetto più affascinante di questa scoperta egiziana riguarda forse il cambio di paradigma che suggerisce. Per oltre due secoli l’archeologia è stata associata all’idea dello scavo come gesto fisico, quasi eroico, compiuto nella sabbia o nella pietra. Oggi una parte crescente della ricerca si svolge invece davanti a immagini radar, modelli tridimensionali e dati geofisici che consentono di osservare il passato senza distruggerlo. È una trasformazione silenziosa ma radicale, destinata a cambiare il rapporto tra tecnologia e memoria storica nei grandi siti del Mediterraneo e del Vicino Oriente.




