In punta di piedi. L’armonia del Nihon Teien
“Il giardino che ho dinanzi a me è tipico di migliaia d’altri; eppure, ogni volta che lo osservo, resto di nuovo colpito dalla sua raffinatezza. Da noi cosa faremmo se avessimo un cortiletto a disposizione ed i mezzi per crearvi un giardino? Per prima cosa inonderemmo lo spazio di geometria.” (Fosco Maraini)
Mentre gli specchi d’acqua riflettono il mutare costante delle stagioni, i viali sinuosi di un armonioso giardino giapponese invitano ad un passo lento e meditativo: ci si allontana dalla simmetria europea per procedere in punta di piedi verso un fazzoletto di terra pensato per raccogliere l’universo. Scivolando a ritroso nel tempo, si giunge nel periodo Asuka (VI-VII d.C. ca.), quando alcuni mercanti giapponesi rimasero così meravigliati dai giardini cinesi da importarne le tecniche e gli stili in Giappone. Il giardino giapponese, nihon teien, nacque per la prima volta sulla grande isola di Honshū, venendo influenzato dall’estetica naturale del paesaggio costituito da particolari valli, alte cime vulcaniche, e suggestive cascate. Uno dei pilastri fondanti del giardino giapponese è rappresentato dalla religione dello Shintoismo, secondo cui l’ambiente naturale ospita la dimora dei Kami (presenze spirituali): boschi e luoghi rocciosi venivano delimitati da corde di paglia di riso, shimenawa, e da ciottoli bianchi come simboli di purezza. Con l’importazione del pensiero filosofico cinese, i giardini giapponesi furono costruiti sulla base delle leggende delle cinque isole montuose abitate dagli Otto Immortali. Questi ultimi volavano a dorso di una gru verso le proprie dimore, vivendo in perfetta armonia con la natura circostante. Le isole figuravano sul retro di una grande tartaruga marina, unite insieme in una montagna leggendaria, chiamata Hōrai-zan, ricordata nell’architettura di molti giardini giapponesi. Nati per il piacere degli imperatori e delle classi più agiate, i giardini fecero la loro apparizione sulle prime cronache della storia giapponese, Nihongi (Annali del Giappone), pubblicate nel 720:
“L’imperatore Kenzō andò in giardino e banchettò a bordo di una barca in un ruscello”.
Probabilmente fu in corrispondenza dell’attuale Nara, capitale del Giappone dall’inizio dell’ottavo secolo, che emersero i giardini giapponesi più autentici. Tuttavia, bisognerà aspettare il 794, quando, all’inizio del periodo Heian, la corte si spostò nella nuova capitale di Heian-kyo (conosciuta oggi come Kyoto): qui nacquero tre diversi stili, ovveroi giardini di palazzo per i nobili, i giardini delle ville periferiche, e i giardini dei templi. Proprio verso la fine del periodo Heian fece invece la sua comparsa un nuovo stile, chiamato “il giardino del Paradiso”, ideato dai seguaci del Buddhismo della Terra Puraper rappresentare il Paradiso Occidentale del BuddhaAmitabha– colui che vive nella Terra Pura, oltre i confini del mondo -. I giardini paradisiaci venivano progettati e finanziati dai nobili che, diventando sempre più deboli, necessitavano di affermare il proprio potere e la propria indipendenza dall’impero. Durante il periodo Kamakura (XII-XIII ca.),attraverso contatti culturali e commerciali, alcuni monaci cinesi arrivarono in Giappone portandosi dietrouna nuova forma di Buddhismo meditativo conosciuta come Zen: i giardini-tempio che fiorivano rigogliosamente seguivano i principi di spontaneità e moderazione. Lo stile principale era chiamato Karesansui(un giardino secco, impropriamente chiamato Zen), costituito da sabbia, ghiaia e rocce per simulare l’oceano e le montagne.
“Poi ti accorgi che l’opera dell’uomo esiste, eccome, ma l’ideale dell’artista è stato quello di ricreare la natura con squisitezza e semplicità, senza farsi né vedere né ricordare.” (Fosco Maraini)
Anno 1615. Arriva il periodo Edo mentre sale al potere il Clan Tokugawa stabilitosi nella città di Edo, la futura Tokyo. Il Giappone optò per l’autarchia assoluta proibendo gli scambi di uomini e merci con altri paesi. Si diffuse così una nuova tecnica architettonica ispirata alle sukiya, le famose case da tè che ospitavano la cerimonia del cha no yu (acqua calda per il tè). Questo stile andrà ad influenzare il giardino più famoso del periodo, la Villa imperiale di Katsura a Kyoto, modello-guida per la costruzione degli altri giardini. Con la fine del dominio dei Tokugawa e l’avvento del periodo Meiji (1868), i giardini giapponesi andarono incontro ad una repentina modernizzazione, soprattutto quando, nel 1871, molti vennero trasformati in parchi pubblici per garantirne la conservazione. Il nihonteien, di fronte all’apertura del Giappone al resto del mondo, accolse e integrò spazi aperti e nuove fioriture. Sopravvissuti a mercanti, samurai ed a imperatori, i giardini giapponesi rappresentano ancora, con i loro calmi ruscelli, i ciottoli ordinati e gli aceri secolari, un’eredità storica capace di sussurrare e imprimere una profonda sensazione di armonia e tranquillità.
“Sotto l’albero tutto si copre
di petali di ciliegio,
pure la zuppa e il pesce sottoaceto.” (Matsuo Bashō)




