15 ottobre 2011: oltre i black bloc

Indignados e black bloc. Parole sulla bocca di tutti negli ultimi giorni. E come purtroppo spesso accade, le brutte notizie prendono il sopravvento e deviano i buoni propositi. Il 15 ottobre é stata la giornata mondiale dell’indignazione, e da Madrid a New York, da Santiago del Cile a Tel Aviv, milioni di persone sono scese in campo per manifestare contro quell’1% della popolazione che detiene in pugno le sorti del mondo, un sistema che si basa sostanzialmente su banche, debiti e scambio di denaro telematico; un’oligarchia che gira intorno a potere, e soldi, e segreti e ancora soldi, e speculazione e sempre soldi, dove il fare politica é ormai strettamente connesso con le leggi di mercato dettate dal “governo bancario”.
Per fortuna, o sfortuna qual si voglia per il mancato scatto-scontro da prima pagina, sono capitata in mezzo a quella grossa, imponente fetta di manifestanti che erano scesi quel giorno nelle strade di Roma per dar voce ai loro sentimenti, alla loro voglia di lottare insieme e pacificamente per i propri diritti, e per credere ancora in un Paese che vacilla ormai da troppo tempo.

500mila. Un movimento multigenerazionale che si muoveva assieme con carri addobbati e musica stile carnevale paesano, quasi fosse una celebrazione dello stare insieme piu’ che una protesta. Gente che si teneva per mano come a voler proteggere dalla violenza dei pochi i loro ideali ed il loro futuro, indignati non solo dai governi, ma anche dai visi mascherati di coloro che si trovavano li’ probabilmente solo per dare sfogo ad istinti repressi, e che hanno finito per rovinare lo spirito di una giornata di vera demo-crazia, nel senso piú letterale del termine.
Tanti i volti presenti, innumerevoli gli striscioni : dal generico “siamo il 99% non ci rappresenta nessuno: diritto all’insolvenza”, al giovanile “students united for a global change”, all’economico “contro l’europa delle banche: il debito non lo paghiamo” e “la crisi é vostra ma la pelle é nostra”. Molte anche le immancabili bandiere che svolazzavano al grido di “Non violenza” e “La rivoluzione non russa”, o che piú semplicemente riportavano nomi di partiti politici o di associazioni di lavoratori.

Il 15 ottobre in quelle strade c’era anche Davide. Veneto 45enne, lavora dal 1999 in un’azienda pubblica italiana che puó vantarsi di essere uno dei piú importanti complessi cantieristici navali d’Europa e del mondo. Davide fa parte della Fiom (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) il piú vecchio sindacato industriale italiano risalente al 1901, ed é li con loro, come chiaramente si deduce dalla felpa rossa con su la scritta dell’associazione. E’ stato anche a Roma il 21 ottobre per l’ennesima manifestazione, meno globale stavolta dato che coinvolgeva solo la categoria lavoratori, e dice che ci sará ancora se le cose non cambieranno.
Davide e’ indignato. Denuncia la mancanza di diritti sul posto di lavoro, dove vede ogni giorno colleghi, per lo piú extracomunitari, venir pagati una miseria, cosí come licenziamenti senza adeguate tutele e finte busta paga sono all’ordine del giorno, e crede che ben presto anche ai lavoratori diretti sará riservato lo stesso trattamento. Hanno provato a denunciare al prefetto quanto succede, ma non sono stati neanche presi in considerazione.
Davide é a Roma per manifestare e per dire che lui c’é, esiste e vuole provare a cambiare le cose perché pensa di essere dalla parte del giusto. “Vogliamo essere trattati non come numeri ma come persone, e chiediamo un nuovo piano industriale che sia fondato sugli investimenti e sulla diversificazione produttiva e tecnologica”.
Il loro gruppo, come molti altri, cammina stringendosi per mano: “É per far capire che noi non rientriamo nel tipo di protesta violenta che non va bene e ci danneggia solamente, siamo qui unicamente per reclamare i nostri diritti”.

É d’accordo anche Mattia, ma chiamatelo pure Dionigi, studente all’Accademia di Belle Arti a Roma e membro di Siamo alla Frutta, gruppo che unisce studenti e professori a favore della riforma delle accademie, a cui non é ancora riconosciuto un vero e proprio titolo di laurea, ma si devono accontentare di una specie di attestato alla stregua pressappoco di un diploma delle superiori. “É una grande giornata. Oggi é sceso in piazza il vero popolo, ognuno con i propri punti di vista e problematiche, segno che qualcosa sta cambiando. Ci sono studenti, ricercatori, gente di cultura, lavoratori: la cosa interessante é proprio questa, che tanti soggetti insieme dicono basta, vogliono un cambiamento concreto, delle prospettive di vita reali, siamo stanchi di vivere nell’insicurezza, nella violazione perenne di diritti fondamentali dell’individuo” cosí esordisce Dionigi, 25 anni, originario calabrese. “Noi di Siamo alla Frutta siamo stati i primi ad accamparci in piazza come segno di protesta: l’estate scorsa eravamo a piazza Ferro di Cavallo per dimostrare che non vogliamo piú essere l’ultima ruota del carro del sistema universitario. Da parte nostra ci sono state proposte concrete, cerchiamo di cambiare anche senza l’appoggio delle istituzioni, attraverso riviste culturali, organizzando assemblee, tavole rotonde, petizioni online.. nulla é stato fatto ancora per cambiare la situazione, come se mancasse la volontá di rilanciare veramente il paese. Sono stato in sciopero della fame per 43 giorni e perso 6 chili, e se necessario sono pronto a rifarlo. La crisi in atto non é economica, ma ha radici piú profonde ed é frutto di un modello di valori, quello occidentale, che é giunto ormai ai minimi termini”, continua Dionigi a ruota libera. Anche lui é indignato, ma sorride ed é ottimista, fiero di ció che sta facendo, vuole un’Italia migliore e proiettata finalmente verso il futuro. Alla domanda “Cosa non ti é piaciuto della giornata di oggi?” risponde cosí: “Ho saputo che mentre noi siamo qui insieme e serenamente, a Piazza San Giovanni sta succendendo il finimondo. Mi rattrista. Quasi sicuramente ora i media parleranno solo di quello, e la mission autentica passerá in secondo piano. E c’é un’altra cosa che mi dispiace: i partiti politici della sinistra sono scesi in piazza e vogliono prendersi il merito di questa manifestazione. Anche loro sono la rovina dell’Italia, anche loro contribuiscono al decadimento del nostro Paese. Qui oggi ci siamo noi, la gente comune”.

E mentre saluto Dionigi, da uno dei tanti carri presenti, echeggiano parole inequivocabili, forse la sintesi del vero 15 ottobre sta tutta qui:
“Vogliamo libertá di scegliere, vogliamo reddito, nuovi diritti, nuovo paradigma sociale. Vogliamo essere liberi di muoverci. Siamo qui per dimostrare che non abbiamo paura, le strade sono nostre, il futuro é nostro. E ce lo riprendiamo”.

To be continued…

 

 

di Pamela Alfonsi

 

24 ottobre 2011

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