Il silenzio dopo lo schermo: la fine del Cinema Ariana e l’erosione della memoria culturale di Kabul
La decisione delle autorità talebane di distruggere lo storico Cinema Ariana di Kabul segna un ulteriore capitolo di un lento e doloroso smantellamento del patrimonio culturale afghano, in un Paese che già ha visto gran parte della sua infrastruttura artistica cancellata dagli eventi bellici e dall’estremismo ideologico. Costruito nel 1963 e per decenni simbolo di un Afghanistan aperto alla modernità e alla convivialità, l’Ariana non era solo una sala cinematografica ma un luogo dove la città si riuniva per condividere sogni, risate e narrazioni di altri mondi. Con circa 600 posti a sedere, era uno dei cinema più importanti della capitale e sopravvisse a decenni di guerra, rivoluzioni e cambiamenti politici: distrutto durante la guerra civile del primo decennio degli anni Novanta, era stato ricostruito nel 2004 grazie a un impegno internazionale che rifletteva la speranza di rinascita della nazione dopo la caduta dei talebani nel 2001. La demolizione, avviata nel dicembre 2025 e completata poco dopo, è stata giustificata dalle autorità locali come parte di un progetto di rigenerazione urbana: sul sito sorgerà un centro commerciale moderno, volto a generare entrate e “sviluppo” per una Kabul che lotta con la crisi economica e l’isolamento internazionale. Ma per registi, critici cinematografici e amanti della cultura afghana, la rimozione dell’Ariana rappresenta molto di più di un semplice cambio d’uso del suolo; è percepita come un atto di cancellazione della memoria collettiva di una città e di una cultura in lotta per sopravvivere. Da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021, la scena cinematografica nazionale è stata progressivamente spenta: molte sale sono state chiuse, le produzioni locali sono precipitate in un esilio forzato e l’unica istituzione ufficiale – Afghan Film, custode dell’archivio visivo del Paese – è stata sciolta, con il destino del suo materiale storico avvolto nell’incertezza. La distruzione dell’Ariana quindi non giunge isolata ma si inscrive in un più ampio clima di restrizioni culturali e di silenziamento delle espressioni artistiche, dove il cinema – potente mezzo di narrazione e immaginazione collettiva – è visto con sospetto dalle autorità. La storia dell’Ariana è anche testimonianza di un tempo in cui il pubblico afghano assisteva non solo ai classici di Bollywood o ai film occidentali, ma alle prime pellicole di registi afghani, contribuendo a un dialogo culturale internazionale spesso ignorato dai grandi flussi geopolitici. La sua demolizione non è solo la perdita di un edificio: è lo sgretolarsi di uno spazio simbolico dove la comunità si confrontava con il mondo e con se stessa. In questo senso, il cinema incendiato dalla modernità consumistica – un centro commerciale – diventa emblema di una transizione culturale forzata, da cui l’Afghanistan dovrà ancora lungo tempo riprendersi.




