Chi è l’autore citato da Carney (premier canadese) a Davos?
Il 20 gennaio 2026, durante il World Economic Forum di Davos, il premier canadese Mark Carney ha tenuto un discorso che ha colpito per la sua franchezza. Davanti a un pubblico abituato a formule rassicuranti, ha dichiarato senza mezzi termini che l’ordine internazionale basato su regole condivise, così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più. In un contesto segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze e da crescenti tensioni geopolitiche, Carney ha invitato le cosiddette “potenze medie” a smettere di perpetuare finzioni ormai evidenti e a confrontarsi con la realtà.
Per farlo, ha richiamato una figura che riemerge puntualmente nei momenti di crisi del linguaggio politico: Václav Havel.
Carney ha citato Il potere dei senza potere, l’essay che il dissidente cecoslovacco scrisse nel 1978, evocando la celebre metafora del fruttivendolo che ogni mattina espone il cartello “Lavoratori del mondo, unitevi!”. Non perché ci creda, ma perché così si fa: per conformarsi, per evitare problemi, per partecipare a un rituale collettivo che tutti sanno essere falso ma che tutti continuano a ripetere. In quel gesto, scriveva Havel, non c’è ideologia, ma sottomissione. Ed è proprio quella partecipazione quotidiana alla menzogna a tenere in piedi il sistema.
Non è un caso che Havel venga citato oggi. Il suo pensiero non parla solo dei regimi comunisti del Novecento, ma di una dinamica più universale: sistemi di potere che sopravvivono perché le persone, pur consapevoli della finzione, continuano a recitarla. Il potere dei senza potere non è solo un saggio politico, ma una lente per osservare come la verità, quando smette di essere pronunciata, diventa destabilizzante, mentre la menzogna, anche se evidente, appare rassicurante.
In quella metafora del fruttivendolo è già contenuta l’intera traiettoria di Václav Havel.
Nato a Praga il 5 ottobre 1936, in una famiglia benestante e culturalmente attiva, Havel fu drammaturgo, saggista e intellettuale prima ancora che dissidente. Dopo la Primavera di Praga del 1968, venne bandito dal teatro: le sue opere, troppo esplicite nella critica al potere, non potevano più essere rappresentate. Era il primo prezzo da pagare per aver rifiutato di appendere quel cartello.
La sua adesione alla Charta 77 — il manifesto che denunciava le violazioni dei diritti umani da parte del regime cecoslovacco — lo trasformò nel simbolo della resistenza civile. Non una resistenza armata, ma fondata sulla responsabilità individuale e sulla coerenza morale. Per questo impegno, Havel trascorse complessivamente circa cinque anni in prigione. La sua non era una teoria astratta: “vivere nella verità” significava accettare le conseguenze concrete delle proprie scelte.
Il potere dei senza potere resta la sua opera più influente proprio perché chiarisce come il controllo non venga esercitato solo dall’alto, ma sia mantenuto dal basso, attraverso la partecipazione quotidiana a rituali consapevolmente falsi. Non è un appello al martirio, ma una constatazione radicale: il sistema entra in crisi nel momento in cui qualcuno smette di fingere.
Nel 1989, Havel divenne il volto della Rivoluzione di Velluto, il movimento pacifico che portò alla caduta del regime comunista in Cecoslovacchia. Il dissidente bandito e incarcerato si ritrovò improvvisamente al centro del potere. Fu eletto presidente e, dopo la separazione della Cecoslovacchia, divenne il primo presidente della Repubblica Ceca indipendente, incarico che mantenne dal 1993 al 2003.
La sua presidenza fu segnata da un orientamento liberale, europeista e fortemente democratico. Guidò il paese verso l’integrazione nell’Unione Europea e nella NATO, senza mai rinnegare la propria formazione intellettuale. Anche da capo di Stato, Havel continuò a concepire la politica come una pratica morale quotidiana, non come una tecnica di gestione del consenso.
Non sorprende quindi che il Canada — come ricordano citazioni ufficiali — lo abbia celebrato per “la sua fede incrollabile negli ideali democratici, la difesa della resistenza pacifica e la perseveranza”. Havel non viene ricordato per aver offerto soluzioni facili, ma per aver incarnato un’idea esigente di responsabilità politica, fondata sulla dignità umana.
Václav Havel è morto il 18 dicembre 2011 ma il suo pensiero e le sue parole riecheggiano ancora oggi, in un mondo costretto a far fronte al caos di concetti portanti come democrazia e leggi.




