A Ladro! A Ladro!
Sgraffignano banconote, sfilano via gioielli, nascondono reperti… Sono i frettolosi pirati di un
mondo contemporaneo intenti ad afferrare una volta per tutte quei capolavori della storia,
sospesi, immobili nel tempo.
Il 27 aprile 1473, un gruppo di corsari guidati dal comandante Paul Beneke di Danzika abbordava, a largo de Gravelines, una nave militare – una galea, a vela e a remi – diretta a Firenze. Saliti a bordo, ebbero una visione: un trittico del Giudizio Universale abilmente realizzato ad olio dall’artista tedesco Hans Memling. Intascati i broccati, le sete e i velluti, sollevarono e trasportarono il grande dipinto verso la Città di Danzica per donarlo alla sua Cattedrale. Nonostante le richieste di restituzione avanzate da Lorenzo il Magnifico e da Papa Sisto IV, la pala d’altare composta da tre tavole di legno, rimase al Museo di Danzica, divenendo uno dei modelli principali per tutta la pittura fiamminga del territorio baltico.
Tuttavia, nel 1807, il Giudizio Universale veniva ancora una volta trafugato. Vittima delle cosiddette spoliazioni napoleoniche, fu prelevato da Napoleone Bonaparte per andare ad impreziosire quello che sarebbe stato il Musée Napoléon, l’attuale Louvre. Il Trittico tornò in Polonia solo nel 1813, dopo la battaglia di Lipsia che vide la definitiva caduta dell’imperatore. Durante la seconda guerra mondiale, l’opera di Memling subì nuovamente le conseguenze delle mire espansioniste di un nuovo dittatore, Adolf Hitler, il quale decise di rubarlo insieme ad altri capolavori artistici per poi tenerlo nascosto in Turingia fino al termine della guerra. Raccolto dalle Armate Rosse, il dipinto approdò a Leningrado, ora San Pietroburgo, ampliando la rinomata collezione dell’Hermitage. Nel 1956, attraverso le rivendicazioni fortemente espresse da Danzika, il Giudizio Universale tornò in Polonia, entrando a far parte del nuovo Museo Nazionale della città, dove, ancora oggi, è possibile ammirarlo.
Tutte le strade portano al… Louvre
Era il 21 agosto del 1911 quando Vincenzo Peruggia si intrufolò quasi indisturbato nel museo parigino. Approfittando del giorno di chiusura, attraverso la porta di servizio, Peruggia riuscì ad entrare nella sala d’esposizione della rinomata Gioconda. Dopo aver accuratamente sfilato l’opera dalla sua cornice e averla riposta sotto al cappotto, l’imbianchino italiano uscì silenziosamente dalla galleria.
Fu ancora una volta un’opera d’arte a ritrovarsi al centro di dinamiche complesse e politiche internazionali. Ritenendo, infatti, che il dipinto, realizzato dall’artista Leonardo da Vinci, spettasse all’Italia, Vincenzo Peruggia, decise di rubarlo, facendo un simbolico smacco alle conquiste di Napoleone. Eppure, la realtà appariva ben diversa dagli eventi ipotizzati da Peruggia. Fu lo stesso artista, Leonardo da Vinci a portare il suo dipinto con sé in Francia, vendendolo insieme ad altre opere al re Francesco I. E Napoleone? L’imperatore si era limitato a collocare il volto della Monna Lisa nella sua camera da letto.
Peruggia, una volta rubata l’opera, la conservò nella propria abitazione e, secondo alcune fonti, la tenne nascosta sotto il pavimento della camera da letto, secondo altre versioni, la appese sopra al tavolo della cucina. Nel 1913, tentò di rivendere il dipinto a un antiquario di Firenze, ma, con suo grande stupore, all’appuntamento si presentarono non solo l’antiquario, ma anche Giovanni Poggi, allora direttore del Museo degli Uffizi.
Nonostante il successivo arresto di Vincenzo Peruggia, la Gioconda dovette visitare numerosi musei italiani (come la Galleria Borghese di Roma e la Pinacoteca di Brera di Milano), prima di tornare definitivamente in Francia il 4 gennaio del 1914. L’eccessivo, forse esagerato, patriottismo di Peruggia non intaccò i rapporti tra i due paesi, i quali mantennero una pace stabile e immutata durante il ritorno a tappe dell’opera rubata.
Lupin al New Yorker…
Durante il 2010, un uomo di nome Vjeran Tomic rubava, in una sola notte, cinque quadri dal valore totale di 100 milioni di euro circa. Nel 2011 la polizia riuscì ad arrestarlo condannandolo ad otto anni di prigione. È dal carcere francese che Vjeran Tomic decise di raccontare, attraverso decine di lettere, la sua spericolata vita da ladro, inviandole poi al giornalista Jake Halpern per il settimanale statunitense New Yorker. Tomic scriveva che già all’età di sei anni sembrava possedere un’abilità per il furto: a dieci anni portò a termine il primo colpo, arrampicandosi sulla facciata di un palazzo, entrando in una biblioteca e rubando due libri stampati molto antichi. A segfuito una visita occasionale al Musée de l’Orangerie, si appassionò alla storia dell’arte, provando ammirazione in particolare per il pittore Pierre Auguste Renoir: ad affascinarlo era la possibilità di poter avere i capolavori a portata di mano. Il suo interesse per l’arte venne tuttavia disprezzato dal padre e ciò spinse Tomic a dedicarsi al furto e ad occupare, insieme agli amici, case disabitate.
Negli ultimi anni, quando si parlava di Tomic, risuonavano e si diffondevano anche i suoi soprannomi come Lupin oppure Spiderman per la sua bravura nel parkour. Qui, il pericolo di una narrazione che vedeva primeggiare la silhouette di un ladro astuto e gentiluomo, appassionato d’arte, sulle accuse di spaccio e di possesso illegale di arma da fuoco. Eppure Vjeran, saltellando tra un tetto e l’altro di Parigi, entrava e rubava nei ricchi appartamenti, soffermandosi a guardare, dove li trovava, quadri di grande prestigio.
In un giorno qualunque della primavera del 2010, Tomic passeggiava lungo la Senna quando vide l’edificio – risalente al 1961 – del Museo d’ Arte Moderna. Si accorse ad un tratto che le finestre, accessibili facilmente dalla strada, erano molto simili ad un appartamento in cui era entrato in precedenza: era sufficiente svitare alcune viti smontando i telai dall’esterno.
Dopo alcuni sopralluoghi nel museo – come un casuale visitatore – si rese conto che alcuni degli allarmi erano spenti: una volta organizzato il piano d’attacco, rimaneva da capire a chi e come rivendere le opere rubate. Per risolvere quest’ultimo problema, intervenne l’imprenditore Jean Michel Corvez al quale Tomic aveva venduto anni prima degli oggetti rubati. Corvez era interessato ai quadri di Fernand Leger di cui un’opera risultava esposta proprio presso il Museo d’Arte in questione. Con un apposito spray, un cacciavite e due ventose, Tomic Vjeran tentò e portò a termine il colpo riuscendo a portar via la Natura morta con candeliere di Fernand Léger, Il piccione a pois di Pablo Picasso, L’Albero di ulivo vicino all’Estaque di Georges Braque, La pastorale di Henri Matisse e Donna con ventaglio di Amedeo Modigliani.
Per trasportare i cinque capolavori, Tomic utilizzò la sua Renault parcheggiata poco distante dal Museo. La mattina seguente, la maggior parte delle testate giornalistiche iniziarono a parlare in tutto il mondo del furto del secolo.
Ritrovatisi in un parcheggio sotterraneo, Tomic e Corvez conclusero lo scambio di cinque capolavori per una scatola di scarpe riempita con quarantamila euro. Mentre la polizia brancolava nel buio, pedinando Tomic intento a pianificare un nuovo colpo al Centre Pompidou, l’imprenditore Corvez lasciava i cinque quadri nelle mani di un orologiaio laureato in storia dell’arte, Yonathan Birn.
Durante la primavera del 2011, la polizia riuscì ad arrestare Tomic, Corvez e Birn, il quale testimoniò di aver distrutto, spaventato, i quadri, e di aver buttato ciò che ne rimaneva nella spazzatura. Da una cella del Centre de Detention de Val de Reuil, Tomic si confidava avanzando l’ipotesi che i quadri fossero rimasti intatti benché nascosti, da qualche parte, dallo stesso orologiaio.
Dal processo e dalla testimonianza fornita dall’ autore del furto, si possono conoscere numerosi dettagli. Eppure rimane ancora un mistero da risolvere: dove si trovano ora i quadri rubati? Che siano stati veramente distrutti?
– Dimmi un po’ ragassolo, tu conosci un certo Mario che abita qua intorno?
– Qui de Mario ce ne so’ cento.
– Sì va bene, ma questo l’è uno che ruba…
– Sempre cento so’
(“I soliti ignoti”)




