Cosa possiamo imparare dalla pace di Gaza
Lunedì scorso è stata scritta la fine di un capitolo storico, inserito in un romanzo lunghissimo dalle tinte di fondo amare, ma in alcuni tratti – come questo – apparentemente a lieto fine.
Dopo oltre 3 anni e un numero difficilmente calcolabile di morti, comunque superiore a 60mila, la proposta di pace formulata dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stata accettata dalle parti in causa nel drammatico conflitto israelo-palestinese, portando a un rilascio degli ostaggi che sembra far nuovamente assopire la polveriera mediorientale.
Finalmente, proprio mentre si vacillava sull’orlo del baratro guardando in basso – o forse eravamo già in caduta libera – scatta il piano che prevede la fine delle ostilità, il rilascio degli ostaggi e il progressivo ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati.
Il primo atto c’è stato proprio lunedì mattina: armi che si fermano e contestuale liberazione dei prigionieri, permettendo così il ritorno a casa sia degli ostaggi palestinesi che dei 20 israeliani sopravvissuti tra i 48 rapiti durante il pogrom del 7 ottobre, con cui si era nuovamente acuito il conflitto quiescente.
Da questa settimana però inizia la fase 2, quella della transizione e ricostruzione nella striscia di Gaza.
Ora arrivano più agevolmente i camion contenenti aiuti umanitari, anche se alcuni continuano a essere depredati. Israele minaccia di bloccare il 50% degli accessi provenienti dal valico di Rafah se Hamas non restituirà i cadaveri degli ostaggi israeliani uccisi, che con lentezza vengono consegnati alla Croce Rossa poiché faccia da tramite.
La sicurezza del tanto agongnato lembo di patria palestinese dovrebbe temporaneamente rimanere nelle mani di Hamas, sempre se di “sicurezza” si può parlare con queste premesse. Intanto tutto il mondo si prepara alla transizione per lasciarsi alle spalle il massacro e il terrorismo, con la scelta di 15 tecnocrati palestinesi approvati bipartisan che subentreranno nelle “funzioni” che attualmente assolve Hamas, mentre Egitto e Giordania stanno formando 5mila poliziotti palestinesi non provenienti dalle attuali milizie. Perfino il governo italiano si è detto disponibile a inviare sul posto contingenti di Carabinieri per eliminare il prima possibile l’organizzazione terroristica da qualsiasi ruolo pubblico, e porre dunque le basi per un percorso più agevole di riconoscimento dello stato palestinese.
E dal lato di Israele?
Nelle ore antecedenti il rilascio degli ostaggi, Steve Witkoff e Jared Kushner, i due inviati in loco di Donald Trump, hanno visitato il teatro di guerra, e, davanti a una platea di mezzo milione di persone, hanno tenuto un discorso sull’imminente pace che i due hanno aiutato a raggiungere. Durante questo discorso, nel momento in cui Witkoff ha nominato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si è levata dalla piazza una bordata di fischi, che ha poi lasciato spazio allo scrosciante applauso per il nome di Donald Trump. Dunque, se ancora non fosse chiaro, Netanyahu non è Israele e non ne rappresenta le intenzioni, ma fortunatamente, com’è stato più volte ribadito finora, si tratta dell’unica realtà democratica in Medio Oriente, pertanto arriverà il momento delle urne, e, da ciò che sembra, “Bibi” dovrà farsi da parte proprio come Hamas, aprendo la strada a una pace dalle fondamenta più solide.
Il simbolo di questi ultimi giorni è sicuramente Mr. Trump, il volto della pace, che prima tiene un discorso di 65 minuti alla Knesset, il parlamento israeliano, e poi vola a Sharm El Sheikh dove si ritrova a celebrare l’accordo di pace insieme a quello che per approssimazione si può senz’altro definire “mezzo mondo”, dove però si rileva l’assenza delle principali parti in causa (Israele e Palestina), e il rifiuto dell’Iran, che, invitato a partecipare, declina l’invito come segno di protesta verso gli USA e le loro presunte ipocrisie.
Trump ha sottolineato la grandezza del momento con la mitomania e l’imprecisione che, uniti a una comunicazione stellare, lo contraddistinguono, dicendo che “ci sono voluti 3mila anni per arrivare fino a qui”, e infatti il tavolo di Sharm El Sheik apre sicuramente a una situazione rosea se si pensa ai tre anni precedenti, ma va considerata anche una grande incertezza che aleggia: quanto è stabile e credibile questa situazione?
Poco, e infatti lo sa bene l’Unione Europea, che prova ad assicurarsi un ruolo da garante, ma lo sa altrettanto bene il Regno Unito, che prova a riciclare Tony Blair come “Commissario” per Gaza. In tutto questo però, come è stato chiaro dall’inizio del secondo mandato del tycoon, l’ultima parola è sempre quella di Washington, che vuole tornare a dare le carte nella partita internazionale, sfruttando il suo incontestabile ruolo di superpotenza.
Così restano due volti a margine della giornata egiziana: quello di Pedro Sánchez e quello di Giorgia Meloni, con lo spagnolo che per tutta la durata del conflitto ha guardato alla sua posizione poco stabile, cercando di propagandare una posizione che poi si rivelava nei fatti sempre più codarda di quanto proclamava tronfio, accodato in plastica subordinazione fintamente ribelle al “padrone” a stelle e strisce, mentre l’Italia – ancora una volta messa al centro anche nel tavolo di pace – zitta lavorava sodo, con l’unica donna presidente tra tutti i presenti a Sharm El Sheik, senza offesa per l’Onorevole Serracchiani, che ha preso, suo malgrado, una delle cantonate più grandi della legislatura.
Ma cosa resta, in Italia, di questi 3 anni?
Resta qualcosa di buono, da cui tutti possiamo imparare.
Restano iniziative, dibattiti, confronti e scontri, ma soprattutto restano proteste e cortei intrascurabili. Certo è che la violenza e i danneggiamenti vanno stigmatizzati e condannati, così come c’è da dire che buona parte dei sindacati, dell’opposizione e dei collettivi “a una certa maniera” hanno provato a strumentalizzare l’emotività dei più per incanalare un sentimento comune “civico” in uno sporco gioco di potere politico sul sangue delle famiglie palestinesi. Tuttavia, fermo restando l’impegno del governo italiano e la poca preparazione sul tema, non si può tralasciare il mare di persone che ha allagato le piazze e le strade dello Stivale, da Nord a Sud, con una dimostrazione commovente d’impegno pubblico.
È quindi senz’altro vero che tra quelle centinaia di migliaia di persone c’erano dei violenti, così come è vero che c’era chi aveva molto più a cuore il suo orticello parlamentare della striscia di Gaza, ma finalmente c’è un numero consistente e sorprendente di persone che torna a interessarsi di politica nel senso puro del termine, della cosa pubblica, del mondo che ci circonda e che troppo spesso ci dimentichiamo di abitare.
Resta lodevole, al di là di come la si pensi, che dei ragazzi posino il telefono e scendano in strada a manifestare un loro pensiero. Resta lodevole smettere di assistere da spettatori alle vite altrui sui social per rivendicare il ruolo da protagonisti nella propria di vita, con la fame e l’arroganza di prendersi il proprio posto nel mondo che solo la gioventù può conoscere. Resta lodevole chi decide di mettere una sveglia e impiegare la propria giornata per una causa che sente giusta, anche se purtroppo finisce per essere strumentalizzato da arrivisti e assetati di potere, anche se magari lo fa essendo ignorante sul tema, perché per troppi anni le piazze si sono incessantemente svuotate insieme alle nostre coscienze, mentre ci rinchiudevamo con brutalità in un recinto d’individualismo.
Il punto cruciale è che i ragazzi si sono sentiti pungere, hanno sentito muoversi il loro istinto di πολιτικὸv ζῷον, l’animale politico che secondo Aristotele risiede in tutti noi, e che viene da un impulso primordiale e pre-intellettivo, per cui si risponde alla chiamata prima ancora di una logica partitica o un’approfondita conoscenza storica, e che anzi, dato il risveglio dello spirito animale nel senso filosofico del termine, lascia sperare che all’impulso segua l’informazione, lo studio, e magari infine una maggior partecipazione più propriamente politica.
Purtroppo però, alla fine di tutto, rimane anche la melma, che scivola silenziosa sul letto del fiume e si scopre quando non ha la forza e la bellezza di lanciarsi nel mare.
Nonostante la “pace di Gaza”, richiesta da tutte le manifestazioni degli ultimi tempi, c’è chi non ha l’intelligenza – o almeno la vergogna – di fingersi contento per il raggiungimento del pretesto messo a sventolare per celare l’incapacità politica e la mancanza di altre idee.
E così, nel momento migliore dell’ultimo triennio per i civili che subiscono il conflitto, alcune università restano occupate, alcuni partiti non hanno la forza di votare in Parlamento una risoluzione accettata anche dalla stessa Hamas, e a Udine con il pretesto della partita della Nazionale i cortei di devastazione annunciati per una fantomatica pressione anti-genocidio vanno comunque in scena, con il solo scopo di distruggere tutto nella speranza di restare impuniti: sembra dunque pronto a sorgere un partito dei “no-pace”, costretti a gettare la maschera ipocrita con cui finora hanno circuito una parte dell’opinione pubblica.
In tutto questo però, finalmente c’è una tregua.
Il punto cruciale resta capire quanto questa sarà stabile, e, di conseguenza, quanto durerà.
Sicuramente il cambio degli interlocutori politici favorirebbe una situazione maggiormente mite, per quanto comunque, dati i corsi e ricorsi storici, è evidente la complessità dello scenario, e dunque sfiora l’utopia pensare che non ci saranno nuove tensioni tra Israele e Palestina.
Ad ogni modo, con tutta la cautela necessaria e qualche macchia di sporco ostinato, noi italiani da questi ultimi tempi impariamo – o ci ricordiamo – che c’è del buono in questo mondo, e che è giusto combattere per questo.




