Il guardiano e il faro. Alla riscoperta di un antico mestiere
Spogli e solitari si innalzavano i fari di fronte all’oscurità del mare osservando alti e robusti le incostanti onde infrangersi contro le superfici degli scogli.
I fari, come guide illuminate, sono stati i testimoni di una storiografia della luce. Durante le notti buie, quando ancora non si era a conoscenza della comoda elettricità, difficilmente dalle imbarcazioni si riuscivano ad intravedere dei lumi, simboli di presenza umana sulle coste. Al tempo degli antichi navigatori, le tecniche e gli strumenti per destreggiarsi tra le rotte erano rudimentali e la conoscenza delle costellazioni non sempre risultava efficace. Così, per facilitare l’approdo nei primi porti, nacquero delle strane impalcature dotate di ceste per ardere legna e pece: segnali sicuri sottoforma di combustibili. “Eccolo che si stagliava […] abbagliante di bianco e nero. Si vedevano le venature […] si vedevano chiaramente le finestre; un tocco bianco su una di esse, e un ciuffo verde sullo scoglio” (Virginia Woolf). Fin dall’antichità queste misteriose costruzioni sono state le protagoniste di leggende e miti. In una sua opera, intitolata Eroidi, il poeta romano, Ovidio, ricorda l’importanza di indizi luminosi, narrando l’incontro di due innamorati, Leandro ed Ero, reso possibile da una torcia nel mare dell’Ellesponto (Stretto dei Dardanelli). Con l’incremento delle attività commerciali costiere, comparvero intorno al 300 a.C. i primi fari monumentali del mediterraneo: il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria. Dipinti e registrati negli itinerari di un tempo, i due edifici hanno occupato la preziosa e delicata posizione di luoghi di incontro tra popoli diversi. Con la fine dell’Impero Romano, i fari nei porti dovettero attraversare i secoli bui del medioevo ed erano soprattutto i monaci, lungo i confini spagnoli e francesi, ad abitarli in veste di guardiani diligenti.
“Un uomo era uscito e li aveva guardati con il cannocchiale e poi era rientrato” (Virginia Woolf)
Il guardiano del faro, altrimenti detto farista, è una delle figure piu affascinanti e suggestive, presente nell’immaginario romantico comune. È un mestiere in grado di incuriosire: ritrovarsi su una torretta abbracciando con lo sguardo una distesa azzurra calma oppure in burrasca.
“Imparò a conoscere le imbarcazioni dalle loro voci, dalla misura delle loro luci sull’orizzonte, e a percepire che qualcosa di loro gli tornava indietro nei lampi del faro” (Gabriel García Márquez)
Attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie e mediante l’automatizzazione, il mestiere del guardiano è diventato quasi hi-tech, liberando l’operaio solitario dagli ostacoli e dalle difficoltà imposte dagli ingombranti bruciatori circolari, dai pesanti specchi parabolici e dalle voluminose lenti del passato. Con il successo dei moderni strumenti, il numero dei custodi di fari si è notevolmente ridotto, amplificando d’altra parte, il carattere fiabesco dell’uomo con il cannocchiale. Tra tutti i fari che si possono osservare non ne esistono due completamente identici: dal faro Mangiabarche, situato tra le rocce sarde di Sant’Antioco, allo Strombolicchio delle Isole Eolie, fino al bretone Ar-Men, al largo dell’Ile de Sein, conosciuto da faristi e marinai come l’inferno degli inferni. Sorge, timida ed isolata, lungo le sponde della Turchia, La Maiden’s Tower, identificata anche con l’espressione La Torre di Leandro, dalla quale si può ammirare il Bosforo di Ovidio e ricordare l’epico tocco dei due amanti.
“Dalle quattro finestrelle aperte in quel locale lo sguardo poteva vedere tutti i punti dell’orizzonte” (Jules Verne)




