Quer pasticciaccio brutto de via Tiburtina
Lungo la via Tiburtina, arteria della Capitale che si inserisce nella raggiera delle strade consolari romane per collegare l’Urbe a Tivoli, all’angolo con via Filippo Fiorentini si trova uno dei simboli più evidenti delle tante opere rimaste incompiute nella periferia della Capitale.
Il “rudere moderno” è il complesso dell’ex fabbrica Fiorentini, rimasto immobile da tempo immemore. Un edificio alto, sviluppato in verticale e segnato dai graffiti su ogni piano, con accanto una struttura più bassa mai completata fatta di mattoni a vista e pilastri scoperti, mentre poco distante un palazzo di diciannove piani domina lo spiazzo che affaccia su via dei Monti Tiburtini.
Le lungaggini dei lavori, sommate a oltre un decennio di abbandono, hanno trasformato quello che doveva essere un progetto di riqualificazione in qualcosa a metà tra un ecomostro e un palazzo fantasma.
La storia del sito affonda le radici nel dopoguerra, quando Giuseppe Fiorentini trasferì in loco la sede dell’azienda di famiglia dopo la morte del padre Filippo, fondatore della società meccanica che aveva realizzato il primo escavatore italiano. Il trasferimento avvenne a seguito di un bombardamento alleato che aveva colpito la fabbrica precedente uccidendo 124 dei 180 operai al lavoro.
Nonostante la tragedia, Giuseppe fece costruire i nuovi capannoni nello spazio in cui sorgono oggi, ignaro del fatto che a quasi 80 anni di distanza si sarebbero trasformati in un significativo esempio di archeologia industriale. Infatti, la Fiorentini entrò in crisi e chiuse definitivamente nei primi anni Ottanta, dando inizio alla prima fase di abbandono dell’area, durata anni.
La svolta sembrò arrivare quando l’area fu acquisita da Fondiaria-Sai, che ottenne il permesso di trasformare parte del complesso in appartamenti. I lavori iniziarono lentamente e i residenti videro il vecchio silos industriale trasformarsi in un’ipotesi di struttura abitativa, con terrazzi e balconi affacciati su via Tiburtina. Tuttavia il cantiere si è sempre mosso a singhiozzi, tra periodi di lenta attività e improvvise sospensioni, finché non si sono abbattuti su questa vicenda anche la crisi finanziaria del gruppo e le vicende giudiziarie della famiglia Ligresti, proprietaria della compagnia.
Nel 2012 si parlò nuovamente di una ripartenza, con cartelli che annunciavano l’imminente vendita degli appartamenti, ma poco dopo arrivò un nuovo – ennesimo – stop, e da allora il complesso è rimasto congelato.
Oggi la situazione è il risultato di una responsabilità mista pubblico-privata, ma anche lo specchio della periferia romana, troppo spesso dimenticata e lasciata indietro, per via di opportunità politiche che agiscono con un certo favor verso il centro, i turisti e l’immagine, dimenticando i cittadini. Il rischio concreto è che un’area di grande valore situata in una zona ben collegata venga definitivamente compromessa dal degrado, ma forse c’è ancora un bagliore di speranza all’orizzonte. Sembra infatti spuntare un nuovo progetto per l’area di via Fiorentini, e chissà che non sia la volta buona per salvarla.
Il futuro del palazzo fantasma dipende ormai solo dalla capacità delle parti coinvolte di sbloccare la situazione, ridefinendo eventualmente il progetto e trovando le risorse necessarie per completarlo. Il tempo però, non gioca a favore, infatti ogni ulteriore rinvio rischia di trasformare un’occasione di rilancio nell’ennesima ferita cittadina.




