Il settimo cerchio: una catabasi nel ventre oscuro dell’umanità

C’è un brivido particolare che accompagna la scoperta di un nuovo autore, una vibrazione simile a quella che si prova nel girare la chiave di una porta sconosciuta, ignari di cosa ci aspetta dall’altra parte. Emiliano Ereddia, con il suo Il Settimo Cerchio (Il Saggiatore, 2023), ci invita a compiere un viaggio nel ventre oscuro della società contemporanea, e lo fa con una voce che risuona cruda, intensa, vibrante di una sincerità a tratti spietata. Questo romanzo non si legge: si assorbe come un veleno lento, che ti lascia stordito eppure stranamente consapevole.
Il titolo è un richiamo potente, quasi ipnotico, che subito evoca le fiamme infernali della Divina Commedia di Dante. Nel settimo cerchio dell’Inferno dantesco dimorano i violenti, immersi in un fiume di sangue bollente o perseguitati da piogge di fuoco. Ereddia trasporta questa simbologia in un contesto urbano contemporaneo, un paesaggio fatto di periferie desolate, notti interminabili, e vite spezzate. Ma attenzione: non aspettatevi una banale trasposizione. Qui l’inferno è umano, troppo umano, ed è costruito con i mattoni delle piccole e grandi violenze che attraversano la nostra quotidianità.

La trama si muove come un serpente, sinuosa e imprevedibile, ma con una meta ben precisa. Seguiamo Sparta – un giovane uomo, anzi un soldato, che si trova immerso in una spirale di violenza e autodistruzione – mentre vaga in un mondo che sembra aver dimenticato il significato della redenzione. Eppure, nella sua discesa, c’è qualcosa di profondamente familiare, un’eco di vite che forse abbiamo incrociato o vissuto. Ereddia scrive con una prosa che non accarezza, ma graffia. È una lingua densa, fatta di parole che sembrano uscire dal fango e dalla polvere. C’è una fisicità nei suoi descrittori, un’urgenza che rende ogni frase carica di significato. A tratti, sembra di leggere una poesia nera, una cantilena ossessiva che ti avvolge e ti trascina giù con lei.
Eppure, dietro questa crudezza si nasconde una delicatezza sorprendente. Nei momenti di pausa – rari, ma preziosi – Ereddia riesce a cogliere frammenti di bellezza nei luoghi più inaspettati: un raggio di luce che attraversa una stanza polverosa, il silenzio di una strada deserta, il battito irregolare di un cuore ferito. Ma è proprio in questi dettagli che emerge la capacità dell’autore di trasformare l’ordinario in straordinario. Ereddia ci invita a guardare oltre la superficie, a scoprire le storie nascoste dietro ogni crepa, ogni ombra.

Se state cercando una narrazione che porti a una risoluzione confortante, Il Settimo Cerchio non è il libro che fa per voi. Questo romanzo non offre risposte, né tantomeno soluzioni. Al contrario, sembra porre domande su domande, sfidandoci a confrontarci con le nostre paure più profonde. Il protagonista, intrappolato in una realtà fatta di degrado e alienazione, non cerca la salvezza. O forse sì, ma il suo è un tentativo maldestro, fallimentare, quasi paradossale. C’è una tensione costante tra la voglia di fuggire e l’incapacità di abbandonare il proprio inferno personale.
Alla fine del viaggio, ci si sente esausti, quasi svuotati. Ma è un esaurimento che lascia spazio alla riflessione. Il Settimo Cerchio non è un libro facile, né tantomeno consolatorio. È un’opera che sfida, provoca, costringe a guardare il proprio settimo cerchio. Ereddia ci consegna un racconto che non ha paura di sporcarsi le mani, che affronta temi come la violenza, la solitudine, e la perdita di senso con una sincerità disarmante. Il suo è un romanzo che si muove sul filo del rasoio, sospeso tra poesia e brutalità, e che lascia un segno indelebile nel cuore e nella mente del lettore. Un libro che, come ogni grande opera, non si limita a raccontare una storia, ma trasforma chi la legge.