«Magia portami via» da Franchino a Cosmo. Breve storia del clubbing italiano
Quest’articolo non ha nessuna intenzione di spiegarvi chi sono e cosa hanno fatto i personaggi di questa storia, o li conoscete o ve li andate a cercare. È inutile provare a parlare di clubbing con chi non è mai stato a un “pomeriggio giovani”, luogo dove le 15:00 valevano come le 03:00 di notte. Certi posti e certa musica non si spiegano, devi in qualche modo averli vissuti, qui la teoria non esiste, solo pratica, notturna, e tanta.
Il recente addio a Franchino – molti di voi fino allo scorso mese non sapevano neanche chi fosse – ci ha fatto sentire la necessità di ripercorrere gli anni in cui le discoteche meritavano ancora questo nome, prima del barbarico arrivo del reggaeton e della spastica tecktonik, che poi è una marca d’abbigliamento.

L’Angelo azzurro
Molti di noi andavano ancora a scuola e giocavano a fare i grandi entrando in quei locali dove in teoria qualcuno (chi?) ci avrebbe dovuto controllare un documento. Il pomeriggio giovani era solo l’Acheronte prima dell’inferno. Occhiali Carrera, Eastpak piccolo sulle spalle e una voglia matta di provare cocktail spacca-fegato dai nomi imbarazzanti: Angelo azzurro, Sex on the beach e Quattro bianchi. C’è chi ancora, rischio ergastolo, ordina Vodka pesca e Red Bull.
Questo significava vivere la discoteca per molti di noi, la droga girava come sempre, né più né meno di adesso, ma la musica era davvero un’altra cosa.
È il primo decennio degli anni 2000 e non era impossibile anche nelle più remote e squallide discoteche di periferia andare a sentire alcuni dei disc-jockey più importanti che abbiano mai scratchiato piatti in Italia. Chi era davvero fissato conosceva ogni piccola differenza tra un modello di Pioneer Dj e l’altro.

Figli di un dio minore
Non importava di certo saper ballare, la musica per alcuni stava in secondo piano, era il contesto la cosa importante, ma la musica c’era eccome, erano gli anni dell’house. Ma per capire bene come c’eravamo arrivati bisogna in qualche modo guardare a due figure, due divinità opposte, come in ogni mitologia che si rispetti: Franchino, dio dell’Ade e Gigi D’Agostino, Zeus indiscusso. A partire da loro due grandi scuole di adepti iniziarono inconsciamente a praticare i loro riti, sunniti e sciiti della stroboscopica. Chi ha mai avuto l’onore di dimenarsi sotto i loro palchi sa oggi riconoscere come dalle note elettroniche di Franchino si diramò e prese piedi la house, più spinta, cattiva e fumosa; la dance, invece, nasceva tra fuochi d’artificio e luminosi laser. Così gli anni 2000 prendevano il volo tra le note sempre più techno di Benny Benassi, Paolo Bolognesi ed Emanuele Inglese. Bounce la ricordate? Tanto importante il dj quanto il vocalist e di vocalist indiscusso in quegli anni c’era Lou Bellucci, che da quel mondo è uscito per sempre, nel peggiore dei modi.
E come ogni religione che si rispetti anche i templi gareggiavano per splendore tra il Cocoricò d’estate a Riccione e il Diabolika a Roma.

Nel frattempo, più alla luce del sole, più bravi ragazzi, Eiffel 65 e danze delle streghe con Gabry Ponte. Stili diversi ma pur sempre italiani, tante influenze dall’estero dove la musica elettronica era nata (speriamo che Giorgio Moroder non legga quest’articolo!). Poi, non si sa bene come, iniziarono i voli charter per Ibiza.

Il periodo internazionale
Il primo decennio andava concludendosi e l’italico furore dance sembrava spegnersi quando una nuova invasione barbarica si abbatté sui nostri lidi. Così iniziammo ad alzare le mani for Detroit e When love takes over divenne la suoneria di alcune mamme attempate. Tranquilli, se raccogliete i sassolini come pollicino, David Guetta e Fedde Le Grand vi riporteranno da Gigi D’Ag, se invece seguite la scia di funghetti che nasce da Franchino approderete da Carl Cox e Armin Van Buuren, due strade diverse, l’abbiamo detto, ma con tanta voglia di fare clubbing. C’è chi tornò e chi ci restò! Alcuni gran visir viaggiarono il mondo: Tomorrowland, Coachella, Awekenings, dal clubbing al festival è stato un attimo. I puristi della techno, brutta gente, sognano il Berghain.

E poi…
E poi, sinceramente non lo sappiamo. C’è chi vede in Cosmo, figlio dell’Ivreatronic, uno spiraglio di luce per tornare a fare clubbing in un certo modo. Può anche piacere l’intento ma ci sembra proprio manchi la sostanza.
Il rave è stato esiliato, pericolosissimo evento di fuorilegge, figlio illegittimo delle discoteche. A noi, invece, non sembrava poi così cattivo, forse era solo colpa di cattive frequentazioni. La musica buona c’è, i clubbers anche! Non finirà qui!




