Fermenti teatrali fra Italia e Spagna

Fermenti teatrali fra Italia e Spagna

Il profondo e prolifico rapporto fra drammaturgia italiana e spagnola nel XVII Secolo, in un ampio volume pubblicato dalla casa editrice Leo S. Olschki, il volume fa parte della serie di Storia, Letteratura e Paleografia. Pp. 34, Euro 35.

FIRENZE – L’egemonia spagnola che gravò sull’Italia dal finire del Cinquecento a tutto il Seicento, oltre a coprire la penisola di una sussiegosa cappa nero chiesastica e a disseminarla di architetture barocche, ha avviato un fitto scambio di relazioni nel campo della drammaturgia dell’epoca, toccando realtà culturali quali Firenze, Venezia, Genova, e naturalmente Roma e Napoli, relazioni che videro autori italiani conoscere e rielaborare testi spagnoli, e autori spagnoli rileggere i testi italiani.

La Comedia Nueva e le scene italiane nel Seicento Trame, drammaturgie, contesti a confronto, è l’approfondito studio curato da Fausta Antonucci dell’Università Roma Tre e Anna Tedesco dell’Università di Palermo, che hanno coordinato un gruppo si esegeti per indagare le relazioni drammaturgiche fra Italia e Spagna nel XVII Secolo; primo importante elemento di novità, nella Penisola, fu l’introduzione del teatro aureo, ovvero della commedia barocca nata dalla penna di autori come Lope de Vega, Pedro Calderón de La Barca, Tirso de Molina, Juan Ruiz de Alarcón; il lasso di tempo che da val Cinquecento al Seicento fu per la Spagna un periodo di grande splendore, ancora oggi ricordato come il Siglo de Oro, anche se è necessario distinguere: se il Cinquecento vide importanti progressi politici anche in Spagna (con la raggiunta unità nazionale e la costituzione delle colonie sudamericane), forieri a loro volta di progressi amministrativi e culturali, il secolo successivo fu cristallizzato nella Controriforma, e la Spagna avviò decenni di dissipazione e cattiva amministrazione che l’avrebbero portata a sopravvivere a se stessa nel Settecento, e al crollo nel secolo successivo. Tuttavia, il Seicento vide un clima culturale ancora vivace, che produsse una letteratura assai interessante con il romanzo picaresco, e una drammaturgia decisamente moderna, soprattutto per iniziativa di Lope de Vega, considerato il Goldoni spagnolo.

La folta presenza di intellettuali spagnoli in Italia consentì una reciproca contaminazione con l’ambiente intellettuale italiano, che purtroppo è stata poco valorizzata e capita nei secoli successivi, a partire dall’Ottocento. Come spiega Maria Grazia Profeti in apertura, questo “oscurantismo” lo si deve alla cultura risorgimentale che vedeva la Spagna un’antica potenza coloniale nella Penisola, e complice anche Manzoni (i cui strali antispagnoli celavano però risentimento contro l’Austria), tutto quanto proveniva da Madrid e dintorni non godeva di buona fama. Coincidenza sfortunata, perché a lungo si è fraintesa l’importanza del teatro spagnolo in Italia, anche nell’opera lirica. Quest’ultimo in particolare risentì dell’ondata di modernità in arrivo dalla Spagna, dove già si portavano in scena testi di realismo civile, oppure anche grottesco. Ne risultavano trame assai più articolate e coinvolgenti, e gli autori italiani ne presero con cautela gli elementi nuovi, miscelandoli con la tradizione per non urtare le sensibilità locali. Eppure, il Crescimbeni, in un trattato del ‘700, accusa Cicognini di aver introdotto nel suo Giasone (ispirato a Lope de Vega), la promiscuità di personaggi aristocratici e popolari, guastando l’equilibrio dell’opera italiana. Il che denota una decisa stratificazione sociale che non ammette deroghe nemmeno sul palcoscenico. L’opera italiana rimase quindi un genere colto, dove l’aspetto musicale prevaleva sulla parola recitata. Eppure, le prime modernizzazioni ci furono, grazie appunto all’influenza spagnola.

Scorrendo i saggi/capitoli che costituiscono il volume, si entra nella storia dei rapporti italo-spagnoli e il giudizio che la critica ne ha dato nei secoli successivi; scopre così come il sentire culturale venga influenzato anche dal clima politico del momento. Grande è stato quindi il lavoro dei riscopritori della fine dell’Ottocento e di tutto il Novecento, che setacciarono gli archivi di tutta Italia per riportare alla luce i documenti (come contratti teatrali lettere eccetera), oltre ai testi, che comprovano i rapporti fra i drammaturghi italiani e spagnoli del Seicento. Un importante lavoro di riscoperta che ha colmato un vuoto della storia letteraria europea.

Con puntualità, il volume ricostruisce le diramazioni dell’influenza spagnola in Italia, fra Roma Napoli, Genova e Firenze, tracciando approfonditi e colorati ritratti delle corti locali, degli ambienti sociali e della sensibilità culturale di ognuna. Pur sotto la pesante cappa spagnolesca, ne emerge un clima tutto sommato vivace, dove gli elementi del teatro aureo furono accolti con interesse: fra i più importanti, l’approfondimento della psicologia dei personaggi, la riduzione degli atti da cinque a tre, la commistione fra comico e tragico. Pregiudizio da sfatare, lo “scontro” fra una Spagna moderna e idiosincratica al classicismo italiano, e un’Italia, invece, che nel classicismo vi era cristallizzata. In realtà, il teatro italiano fu ricettivo e si ritrovò più vivace, dopo la lezione spagnola, sicuramente più vicino a un pubblico che non fosse solo quello delle corti nobiliari.

A far toccare con mano questa nuova drammaturgia, una selezione ragionata di commedie dell’epoca, commentate e analizzate capillarmente, e confrontate con i modelli spagnoli di riferimento. Si tratta di una panoramica non soltanto letteraria, ma anche, indirettamente, sociale, poiché l’articolazione in senso popolare della drammaturgia, annuncia i primi segni d’intaccamento del monolitico sistema feudale che anche in Italia si trascinava sin dall’Alto Medioevo. E il teatro, importantissimo mezzo intellettuale di progresso civile, ha contribuito allo sviluppo della società, in parte specchiandola, in parte anticipandola. Riscoprire autori dimenticati, non sempre significa avere a che fare con la polvere dei secoli passati; molto spesso, anzi, si trovano le radici del nostro presente. Anche nel teatro del Seicento.

Niccolò Lucarelli

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