Siria: morte del sapone di Aleppo

Tutto ha una fine. Le civiltà, i miti, le storie. Se l’annientamento è causato dall’inesorabile passaggio del tempo che modifica, logora, avvicenda, lo si accetta perché insito nella parabola dei fatti. Se la fine è assurda perché dovuta a barbarie, sconvolgimenti e soprusi bellici, l’animo si ribella e fatica ad accettare. Succede oggi in Siria dove la guerra civile non risparmia più nulla, non ha rispetto né per la vita umana né per la sua millenaria cultura.

Il suq di Aleppo, il mercato medievale  dichiarato nel 1986 patrimonio dell’umanità dall’Unesco e cuore antico della città più bella della Siria è stato distrutto. Il dedalo di viuzze profumate d’incensi, aromatizzate di spezie, colorate con torri di tappeti e pareti di arazzi, arredate con cuscini di seta, vassoi di rame, tavolini di cuoio, luccicanti di ori e argenti e fiere di scimitarre e pugnali,  odora di morte. Bruciano le architetture arabe e con esse la memoria di preziose consuetudini. Muore il famoso sapone d’Aleppo. Davanti all’eccidio umano potrebbe sembrare una quisquilia ma non lo è perché la cultura, e quindi il destino dei popoli, si alimenta di tradizioni e riti familiarmente o coralmente  custoditi, salvati, insegnati e tramandati. Quello della fabbricazione del mitico sapone ha origini che letteralmente si perdono nella notte dei tempi e delle cui tracce sono state rinvenute testimonianze in cilindri d’argilla babilonesi risalenti a 2800 anni a.C. La sua storia è pertanto archeologia pura, degna d’interesse quanto la dinastia dei Sumeri e la loro scrittura cuneiforme.

Il processo di saponificazione aveva due ingredienti semplici e naturali, l’olio di oliva e l’olio d’alloro, il suo segreto era l’essiccazione nelle catacombe aleppine, anch’esse distrutte. Era qui, nella penombra e nel silenzio, che le saponette lentamente stagionavano proprio come certi prosciutti o vini religiosamente accuditi. Ogni civiltà ha i propri valori il cui pregio non è sempre direttamente proporzionabile al suo prezzo. Sapone dunque e non solo. Schiuma detergente e maschera di bellezza preferita dalle regine d’Oriente, spalmata sui volti di Zenobia, Semiramide, Cleopatra, Nefertiti, sul corpo di odalische e, al di fuori dei ginecei,  schiuma da barba per i virili califfi di Damasco e i sultani ottomani.  Prodotto nomade, destinato ai traffici carovanieri, alle imbarcazioni fluviali dell’Eufrate, alle tende beduine del deserto, alle bisacce dei crociati, ai velieri del Mediterraneo che a  partire dall’800 d.C. lo sbarcarono nei porti europei, in Spagna si tramutò in sapone di Castiglia e in Francia in  sapone di Marsiglia.

Cinzia Albertoni

15 ottobre 2012

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