Blair VS Starmer. Scontro fratricida nel Partito Laburista
Non sono tempi facili per la politica britannica.
Oltre che con un fortissimo calo di popolarità, e con la perdita del sostegno del Partito Laburista così come dei sindacati, il premier Keir Starmer deve ora vedersela con un altro avversario: Tony Blair. L’ex primo ministro britannico ha infatti espresso il proprio dissenso nei confronti della linea d’azione di Starmer sia in un lungo saggio pubblicato sul suo think tank, sia in un intervento nel programma Today, su BBC Radio 4. Il messaggio è chiaro e inequivocabile. Starmer si è rifugiato in una zona di comfort di sinistra, non avendo alcun piano politico concreto per risollevare la Gran Bretagna.
“È possibile che stiamo per avere il settimo Primo Ministro in 10 anni: un Paese serio non può permettersi una cosa del genere, la cosa bizzarra della situazione attuale è che stiamo tutti parlando di politica quando la cosa fondamentale è parlare di politiche. Se non si decide quale sarà la propria linea politica, non ha senso cambiare il leader.”
Tra le varie perplessità di Blair si contano anche quelle riguardanti le politiche green e il tentativo di annullare la Brexit (al momento inutile dato la debolezza della Gran Bretagna rispetto all’Unione Europea). Ha invece invitato a focalizzarsi sulla guerra ibrida portata avanti dalla Russia, la quale sta minando infrastrutture, processi democratici e fiducia pubblica.
Le recenti difficoltà dei laburisti
Gli attacchi di Blair arrivano in un contesto segnato dalla crisi per i laburisti e per la leadership di Starmer. Dopo i risultati disastrosi delle recenti elezioni amministrative, segnate dalla ribalta di Nick Farage, il centrosinistra britannico si ritrova così fortemente frammentato che un eventuale coalizione di centrodestra ne segnerebbe una sconfitta sicura.
Sharon Graham, Andy Burnham, Louise Haigh e Jon Trickett.
Sono solo alcune delle personalità provenienti dal mondo Labour che criticano aspramente la leadership di Starmer, auspicandone la fine per il bene del partito. Lo stesso premier ammette la sconfitta elettorale, affermando di volersi assumere le dovute responsabilità, ma afferma anche di non volersi in alcun modo tirare indietro.




