Il pensiero ritrovato di Augusto Del Noce

Nemo propheta in patria siamo soliti dire, tuttavia, spesso non è il luogo, bensì il tempo a non permettere di comprendere le qualità di un individuo, lasciandolo indietro, sepolto dal fluire degli eventi. Il tempo stesso alle volte restituisce e così è per Augusto Del Noce, filosofo tra i più arguti dello scorso secolo che grazie al magistrale lavoro di Luciano Lanna ritrova uno spazio ingiustamente sottrattogli. Attraversare la modernità. Il pensiero inattuale di Augusto Del Noce, edito da Cantagalli, si impone come magnum opus di ricostruzione del pensiero del filosofo piemontese.

Seguire la linea temporale che attraversa l’opera e, di fatto, la vita di Del Noce significa immergersi nella congerie dell’intero Novecento guardando al secolo da un’ottica squisitamente italiana. Antonio Labriola, Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Antonio Gramsci. Nomi difficilmente sovrapponibili, di certo complementari, che sotto l’attenta lente dello storico possono essere posti nella giusta posizione per dare una lettura nitida di un recente passato che spesso fatichiamo a comprendere. Del Noce fu colosso del pensiero in grado di traghettare il sapere della filosofia occidentale moderna – le cui radici affondano in Vico e Cartesio – verso nuovi lidi di pensiero, necessari, obbligati, dopo il titanico imporsi del materialismo storico.

Croce e delizia di un uomo che non volle mai piegare il proprio giudizio critico all’ideologia politica, pagandone il fio con un “esilio” intellettuale:
Ho cercato in tutta la mia vita […] di rifiutare ogni complicità con il male, pur evitando, per ragioni religiose e per nessuna di ogni altra natura, la via del suicidio. Perciò negli anni Venti sono stato l’antifascista assolutamente risoluto, e perciò condannato all’autodistruzione, che non aveva aderito a nessuno dei movimenti che allora esistevano; e l’autodistruzione aumentò quando mi separai dall’antifascismo. Il rifiuto della complicità con il male coincise per me con la “fuga senza fine” da quel che mi appariva il male, la progressiva distruzione di quanto restava del Sacrum Imperium.
In una sorta di prosimetro filologico Lanna ricostruisce l’intero pensiero “inattuale” di Del Noce intervallando stralci di scritti privati, opere e pubblicazioni e un ricchissimo apparato critico, con una scrittura chiara e ponderata, priva di sentimentalismi retorici ma allo stesso tempo viva come ancora sono i ricordi di quegli anni in cui la filosofia e la politica non potevano essere disgiunte. Anni in cui ancora resisteva l’eco platonica del filosofo-governante, poi tragicamente rottasi. Il traghettamento verso una filosofia nuova, il tentativo di superare Marx fino agli albori del postmodernismo: morte del pensiero.

D’altronde, nella rilettura di Lanna, «per Del Noce l’accettazione tragica e realistica della modernità è l’imprescindibile orizzonte entro il quale viviamo e pensiamo. Nessuna retromarcia è possibile».