A volo d’aquila sull’EXFANZIA di un poeta
Cultura
18 Marzo 2022

 A volo d’aquila sull’EXFANZIA di un poeta

Il poeta Valerio Magrelli si racconta a 360° in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro dal titolo EXFANZIA.

di Diana Daneluz

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Intervista a Valerio Magrelli

Una poetica a trazione posteriore

Uscito da poco per Giulio Einaudi Editore, il libro EXFANZIA di Valerio Magrelli. Qui c’è lo sguardo maturo dell’Uomo su sé stesso bambino e su quel tanto di bambino che ancora resta nell’uomo. Dall’autobiografia al mondo, però, sottesi all’amarcord altri temi e finestre sulla cultura, la storia, la letteratura, il mondo tutto che ci circonda.

2duerighe ne fa l’occasione per un’intervista all’Autore.

Valerio Magrelli. Non solo poeta, ma anche scrittore di prosa, docente, traduttore, critico letterario, conferenziere, docente, istrionico affabulatore di pubblico attraverso la parola in continui attraversamenti di confine, tra arte e società, letteratura e poesia, film e immagine… Cosa hanno in comune questi diversi Magrelli?

Intanto il perno fondamentale su cui ruota tutto è senz’altro quello dell’insegnamento. Da ragazzo, una volta giunto all’università, mi sono subito sentito meglio. A posto. Ed è una sensazione che persiste, che non mi ha mai abbandonato. Mi ha sempre affascinato, del resto, la vita dei grandi scrittori che facevano tutt’altro lavoro per vivere. Svevo nell’industria delle vernici, l’impiegato speciale Kafka nelle Assicurazioni Generali. Per me, però, l’università è sempre stata molto importante per poter lavorare sull’oggetto della mia scrittura, sulla letteratura.  E mi sento quindi molto fortunato perché tutte le mie attività sono le due facce della stessa medaglia, sulla quale c’è l’effige della parola. Scrivere per la critica è la cosa che mi piace di meno, quasi “mi pesa orrendamente”. Lo faccio, lo sto facendo, come nel libro che ho appena consegnato, “Céline contro Proust”, che pensavo di poter addirittura scrivere con la mano sinistra e che si è rivelato invece letteralmente un incubo. Mentre amo insegnare, e poi tenere conferenze o cicli di conferenze o addirittura da ultimo conferenze-spettacolo, quelle inframezzate da filmati, letture, immagini. E amo studiare. Quindi in forme diverse, a dosi diverse, mi applico con rigore in attività che tutte afferiscono sempre, però, alla letteratura, alla riflessione sul linguaggio, alla pagina scritta.

Si intitolava “Le cavie” l’ultimo compendio della tua poesia fino al 2018. Cosa volevi dire chiamando le tue poesie ‘cavie’?

Quando mi hanno offerto di raccogliere tutti i testi in versi fino ad allora composti in un unico volume, ho avuto immediatamente in mente una mia poesia intitolata “Cave Cavie”, un gioco di parole rispetto al più noto Cave Canem. Da subito l’ho individuato anche come titolo della raccolta perché in quella poesia io dico che per me ogni poesia è una cavia, un topolino, e come tale va considerata, come una creatura, come un’invenzione. E questo è talmente vero che in questo mio ultimo libro, Exfanzia, ci sono due poesie esattamente contrapposte, la penultima dice che leggere ti spoglia, ti leviga, ti distrugge e ce ne è un’altra in cui dico invece che leggere fa crescere. Come è possibile? Quello che voglio dire è che le poesie sono ognuna un esperimento. E questo mi ricollega sia alla mia polemica sia al mio debito nei riguardi dello Sperimentalismo. Non tanto quello del Gruppo 63, le neo-avanguardie, anche se le mie prime poesie le ha pubblicate Elio Pagliarani, ma soprattutto alle avanguardie storiche. Io ho scritto un libro sul dadaismo, per esempio a cui tengo molto, perché per me appunto la poesia deve essere passata attraverso quel filtro, che è il filtro della negazione, dell’irrisione.

La raccolta di versi precedente ad “EXFANZIA” è il tuo libro, “Il sangue amaro”, pubblicato nel 2014, otto anni prima di questo. Che filo interrotto riprende da quelle trame, se ne riprende uno?

Questa domanda mi permette di chiarire in cosa consiste la mia personale nozione di “libro”. Quando riunii, sempre per Einaudi che me lo propose, i miei primi tre libri di versi in “Poesie e altre poesie”, nella prefazione scrissi proprio questo, che ogni nuovo libro per essere tale deve aver perso i contatti con il precedente.  Ogni libro è un libro se ha perso di vista l’altro, come nel mare una barca perde di vista l’altra barca, non sa più dov’è, si smarrisce. Una raccolta costituisce innanzitutto un mezzo di segnalazione. Come il bengala lanciato da chi si è perso, credo che essa corrisponda all’esito di uno smarrimento. Il suo senso profondo risiede infatti nella distanza dalla precedente, anzi, nell’averla definitivamente persa di vista. Un libro nuovo aspira al patronimico dell’autore, non rappresenta la prosecuzione di una pratica, bensì la sua sospensione, o l’apertura di un’altra.  Questa, per me, è la pre-condizione di un libro. Ogni libro deve essere uno smarrimento. A me piace che ogni libro sia, a suo modo, il primo.

La poesia è un lavoro col linguaggio, un’officina in cui è possibile riversare ogni tipo di materiale per arrivare alla costruzione del prodotto, la pagina scritta. Quali sono le tue materie prime preferite?

Qui raccolgo un’altra lezione dell’avanguardia, degli sperimentalisti, soprattutto di Pagliarani. Lui diceva “non usate mai oggetti poetici, che non vi appartengono, parlate di quello che conoscete”. Io lo premetto, la poesia è quell’ambito dove non ci sono regole, si può fare tutto. Però in linea massima parlare di gabbiani e di tramonti è del tutto superfluo, perché è un materiale saccheggiato. Io sono portato personalmente a dialogare con il mondo degli oggetti che mi circondano. Ma non è un progetto. Io odio i manifesti poetici, odio le parole d’ordine perché precedono la scrittura. E teorizzo invece come mia una poetica a trazione posteriore, prima viene la scrittura, poi, semmai, c’è la poetica. Mentre tutte le avanguardie, penso al dadaismo, al surrealismo, al futurismo, hanno i manifesti, vanno a trazione anteriore. Certo è che io ho un interesse vivissimo per il mondo che ci circonda, tanto è vero che ad esempio in questo libro è contenuta una poesia sul QR, sul riconoscimento ottico, ma non vuole essere un omaggio alla attualità. Solo che se lo vedi fare cento volte diventa un atto naturale usarlo anche in maniera analogica. Io parlo della familiarità, di ciò che è familiare, e oggi ci è familiare questo mondo. E l’ho sempre fatto, come nel secondo libro parlavo di telefoni o di autobus, mi viene spontaneo. Il lavoro sulla pagina scritta, l’approdo alla pagina scritta, è per me ormai una seconda natura.

La traduzione come via maestra della poesia. Cosa ti ha regalato la tua esperienza di traduttore in versi?

La traduzione in versi consente innanzitutto un fondamentale approfondimento della metrica, quale sto sperimentando da ultimo con la traduzione dei versi di Mallarmé. Poi, la traduzione ti porta inevitabilmente ad interrogarti sulla parola, a riconoscere smagliature nella tua lingua quando, ad esempio, non ha “la parola per dirlo”. O viceversa. C’è una bellissima intervista di Walter Benjamin ad André Gide che finisce con una metafora: c’è un grande navigatore francese che allontanandosi da un’isola la battezza, perché, commenta Benjamin, per dare un nome a qualcosa dobbiamo sempre lasciarla. Ecco se vogliamo conoscere la nostra lingua dobbiamo allontanarcene. Ne sono convinto.

A tuo padre hai dedicato in passato un intero libro, “Geologia di un padre” in cui hai detto di voler trovare “il bandolo canoro di un’infinita matassa di storie”.  E il tuo era un padre denso, di cultura, pensiero, principi. Al di là del rapporto controverso padre-figlio cui pochi si sottraggono, qui citi in una delle poesie un suo “Ma guarda quella curva”, riferito alle creazioni di Borromini, come vostra congiunzione avversativa di fronte alle brutture della vita. Ti ha insegnato lui quello sguardo caparbio sulla bellezza che non ti ha mai abbandonato?

Probabilmente sì, e a mia volta io, noi, ai nostri figli: l’amore per l’arte, sopra tutto. Sicuramente io provo per Borromini, per quelle curve, per quelle rotazioni un piacere fisico. E questo ce lo ha trasmesso lui.  In questa poesia riconosco un merito a mio padre. In altre prendo consapevolezza delle sue inadempienze o meglio incapacità. Una sorta di suo analfabetismo, una riflessione mancata sull’infanzia, di diseducazione sentimentale, che forse ha interessato non solo mio padre, e mia madre, ma una generazione intera: grande capacità comunicativa e assoluta incapacità su altri piani. “Geologia di un padre”, è stato forse parte – quella più compilativa in un certo senso, quella in cui si rimettevano in ordine ricordi e tasselli – di questo viaggio, al termine del quale prendo, oggi, decisamente le distanze da “un vecchio esacerbato e vulnerabile” o da un uomo del Pleistocene, l’Uomo di Pofi (per me di un’era remota, quindi, un’era del “padre… un male necessario” di Joyce).

La poesia che ha dato il titolo al libro, Exfanzia, è dedicata a tua sorella Simona. Lì, infatti, parli della vostra casa come la casa degli amori/degli orrori. Ti servi del segno grafico qui, tra le parole, come rafforzativo a significare una cosa e il suo contrario, il bianco e il nero, la luce e il buio che alberga in tutte le case, in tutte le famiglie. Cosa stai cercando di dire a tua sorella con questa dedica?

Credo, semplicemente, grazie. Grazie a lei ho capito tutto quanto c’era di malato in quella che mi sembrava in certi momenti una famiglia ideale. Conteneva, invece, anch’essa, una zona d’ombra, nera, che mi/ci ha indubbiamente segnato. Guardando indietro oggi, a 64 anni, al me bambino che a dieci anni scriveva già, avvertendo l’urgenza di trasporre sulla pagina scritta, con lo sforzo ulteriore di “batterlo a macchina”, quello che aveva dentro, forse lo sapevo da sempre, la mia scrittura già allora era un “dolore secreto”. Ma non ne sono stato, a lungo, consapevole. Quello che capisco oggi, e che ho capito anche grazie a mia sorella, è di “dover fare i conti”, di dover aprire finalmente gli occhi.

Il libro nasce “Sotto la protezione di Pollicino”: “Mi sento così impaurito e solo al mondo che perdo gli oggetti, uno ad uno. Per farmi ritrovare da qualcuno? O alleggerisco il carico per non andare a fondo?”. A chi servono le briciole per non perdersi? Al poeta, all’uomo reso fragile dagli anni che passano, o al lettore?

Tempo fa ho scritto un libriccino, “Guida allo smarrimento dei perplessi”, un titolo che viene da lontano, da Mosé Maimonide e dalla sua “Guida ai perplessi”. Io invece ho scritto una guida allo smarrimento dei perplessi, come se per smarrirsi si avesse bisogno di una guida, quasi una contraddizione in termini. Già lì apostrofavo Pollicino, perdutosi in un cimitero, destinato a perdersi sempre. Provare a raccontare il nostro passato perduto è forse il solo modo di riattivare il presente, di generare nuovo orientamento. E tuttavia l’unico che ci può proteggere è l’uomo che non ci può proteggere, chi si è perso come noi. Non c’è speranza, siamo talmente soli che possiamo chiedere aiuto solo a Pollicino che si è perso come noi. È una dichiarazione di impotenza assoluta. Parto dalla mia personale, in parte caratteriale, in parte generata dal passare degli anni, mi allargo a quella di intere comunità di fronte alla pandemia, alla crisi climatica, da ultimo alla guerra, fino a intonare nell’ultima poesia “Antropocedio” il canto funebre dell’Uomo. Per cui io sono per contrappunto un seguace di Greta Thumberg al mille per mille, detesto chi la prende in giro, per me lei è Giovanna d’Arco, che ha qualcosa di inquietante, certamente, ma da cui attinge quella sua forza-grimaldello cui appigliarsi.

Infanzia e vecchiaia danzano insieme nelle 117 pagine del libro ed è bella la metafora ‘idraulica’ quando parli della senilità. L’acqua è vita, ma quando la perdiamo sempre più spesso sottoforma di lacrime intrattenibili rivela la nostra ultima fragilità. In diversi versi racconti esiti di infortuni, fastidi burocratici, miopia, perdita di piccoli pezzi di memoria (“Ma Alfio chi?”). Lamento o rassegnata constatazione? L’artista non abdica mai, in realtà invece, nell’immaginario comune.

Forse qui baro un po’, tratto la vecchiaia anche come espediente letterario. Ci sono io, la mia decadenza fisica, a fare da oggetto poetico, a tratti. Barando, facendo del dolore un tema, ne faccio in qualche modo poesia. E in qualche modo lo trascendo.  Come il judoka che sfrutta la forza dell’avversario per farlo cadere per terra. Come dice Raymond Queneau, “ho saputo fare di ogni meno un più”. In questa trasformazione c’è il soffio vitale. E comunque scrivere è per me “secernere dolore”, puoi scrivere di qualunque cosa, ma se scrivi c’è una sofferenza dietro.

Padri e figli. Ne hai due e sono entrambi presenti in diverse pagine. Tenerezza infinita e impotenza traspaiono entrambe nel rapportarti a loro. L’amore non basta neanche verso coloro che più amiamo al mondo, è così?

Certamente sì nel senso che non possiamo proteggerli da tutto, soprattutto in un mondo come questo. Ma rispetto alla mia esperienza di figlio, so di essere andato avanti come padre.  So di essermi dedicato a loro con tutte le mie forze, credo, potrei sbagliare, di non potermi rimproverare nulla verso i miei figli. So che, insieme alla loro madre, non sono stato sordo o cieco alle istanze della loro infanzia, un’infanzia studiata molto, anche attraverso la psicoterapia. Vedo i fili invisibili che ci legano, in una trama di reciproci riconoscimenti che mi rende sereno.

Tra le immagini del tuo lessico familiare “l’acciottolio delle stoviglie”, rumore di sottofondo nel riposo dopo il pranzo delle Feste. Qui ci si ritrova tutti. È questo la letteratura? Quel tanto di universalmente umano che scopri in un rigo?

Non risponderò mai ad una domanda su cosa sia la letteratura, o la poesia. Proprio perché per ragioni anagrafiche provengo da una dittatura, la dittatura del significante, instaurata negli anni ’70 dalle Avanguardie. Che ripudio. Tra i pochi in cui mi riconoscevo c’era Valentino Zeichen. Tutto è letteratura per me, meno gli abusati tramonti e i gabbiani, come dico scherzando. Per me poesia sta nel trovare il senso in quello che è invece quotidianamente appannato. Ma il senso per me che scrivo. L’acciottolio delle stoviglie può essere un segnale, ma per me, per i miei parametri, e quello può diventare un elemento trainante della scrittura. Tuttavia, in poesia, ognuno può fare quello che vuole. È la “scienza delle eccezioni”, come quella Patafisica inventata da un personaggio di Alfred Jarry, il doctor Faustroll: una scienza delle soluzioni immaginarie. Lo scrittore, per me, è un rabdomante, ma di sé stesso, non è che deve trovare la pentola d’oro. Però va in giro con quel rametto che è la penna per cercare una sintonizzazione, un’armonia.

Il libro si divide in due parti, le poesie e poi i Quattro poemetti, l’ultimo dedicato alla pandemia. Il titolo, EXFANZIA. Ex, moto da luogo. Sei stato espulso da quel periodo della tua vita o sei tu che stai prendendo le distanze? O delle due nessuna?

In otto anni i poemetti si erano concretizzati ed erano fortemente caratterizzati e non li potevo sciogliere. Tutto il resto mi è venuto spontaneo, da porgli accanto.  Per il titolo, anche qui un espediente letterario. Mi sono servito di un’etimologia falsa, immaginaria – -in- nella parola latina infanzia in realtà vuol dire -no- “che non parla” – io invece lo prendo come un -in- di ingresso per poi con -ex- rendere l’idea dell’espulsione. Da casa. Non so se sono stato espulso o se mi sono fatto da parte io. So che sono “nato” – rinato – ai tempi dell’università, dentro l’università, e sarà per questo forse che la amo, rispetto al periodo dell’infanzia e della adolescenza. E della mia casa, da cui sono tuttavia uscito tardi, intorno ai venticinque anni, trasferendomi in una casa minuscola e mia.

Il libro si chiude con una tua poesia del passato, del 2006. A cosa ti serve questa mescola? A ritrovarti, dal passato al presente, cambiato ma sempre Tu, “tra trucioli di gomma e fogli accartocciati”?

Quello che realizzo alla fine è un mio autoritratto. Dovrebbe essere il ritratto di mia figlia, poi mi viene in mente il ritratto di mia nonna, ma poi alla fine faccio un autoritratto e tutto all’interno di quell’altra poesia che pure finisce con i pastelli che  mi ha regalato mia figlia. Una sorta di télescopage, di estensione telescopica attraverso i .. pastelli. Un autoritratto da cui traspare una fiducia nello sforzo, nelle opere, nel lavoro.

Consigli di lettura. Quale Autore non si è mai mosso dal tuo tavolino o dal tuo comodino?  Dove ritorna sempre il lettore Magrelli?

Da nessuna parte. Quando trovo un autore che adoro, vado avanti. Cambio autore. E poi ci tornerò, magari. Adoro Roberto Bolaño, ad esempio, e non ho ancora letto il suo “2066”. Ce l’ho, potrei allungare la mano prenderlo e leggerlo, ma nel frattempo sto leggendo altro, in questo momento ad esempio catturato dai racconti di Lucia Berlin o da “Le Cure domestiche” di Marilynne Robinson. Leggo sempre più libri insieme e se devo scegliere tra godermi il piacere di leggere un autore che amo e la gioia di scoprire un nuovo autore, non ho dubbi. Scelgo la seconda via.