La grande illusione italiana, rileggere Novecento a cinquant’anni

C’è una data di nascita che vale una dichiarazione di poetica, il 27 gennaio 1901, giorno in cui muore Giuseppe Verdi e in cui, nello stesso podere della Bassa emiliana, vengono al mondo due bambini. Alfredo Berlinghieri, figlio dei proprietari terrieri, avrà il volto di Robert De Niro, mentre Olmo Dalcò, nato da una contadina e da padre ignoto, sarà Gérard Depardieu. Da quel doppio battesimo prende le mosse Novecento, il kolossal con cui Bernardo Bertolucci affrontò la prima metà del secolo italiano e che nel 2026 compie cinquant’anni, cinque ore e venti minuti distribuite in due atti nel settembre 1976, finanziate in larga parte con capitali americani e presentate fuori concorso a Cannes. L’ambizione era smisurata, e il cinema di oggi difficilmente se la concederebbe. Bertolucci arrivava dallo scandalo di Ultimo tango a Parigi e scelse di innestare i codici del racconto hollywoodiano nella terra emiliana, girando tra le campagne di Parma, Cremona, Modena e Mantova, affidandosi alla fotografia sontuosa di Vittorio Storaro e alle musiche di Ennio Morricone. Ne uscì un oggetto difficile da classificare, insieme affresco, manifesto politico, melodramma ed epopea contadina, costruito con un impianto circolare che si apre e si chiude sul 25 aprile 1945. La forza del film sta nella scelta di non trasformare la lotta di classe in una favola morale. Alfredo non è il padrone malvagio e Olmo non è il proletario eroico, sono due amici la cui intesa sopravvive a decenni di storia che avrebbero dovuto spezzarla, mentre la rapacità autentica viene assegnata alla generazione dei padri e la ferocia pura al fascismo di Attila Melanchini, il personaggio che Donald Sutherland rese memorabile per la sua brutalità. Attorno ai due protagonisti si muove un cast irripetibile, con Burt Lancaster e Sterling Hayden nei panni dei patriarchi, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Laura Betti, Romolo Valli e Alida Valli. Il pubblico dell’epoca rispose con un entusiasmo che oggi stupisce. Il primo atto risultò terzo per incassi nella stagione 1976-1977, superando Rocky e Taxi Driver, e complessivamente i due tempi portarono nelle sale italiane oltre dieci milioni di spettatori, tanto che nel 2008 l’opera entrò nella lista dei cento film italiani da salvare. Restano naturalmente le riserve di sempre, la retorica che affiora, l’estetica debitrice del realismo socialista, gli schematismi di un racconto che dicotomizza le anime del secolo. Eppure proprio in quella smisuratezza sta la ragione per tornarci. Un film simile, in un tempo che ha smarrito le ideologie senza migliorare la sorte dei più deboli, oggi nessuno lo penserebbe nemmeno.




