Cambio di passo, cambio di occhio. Il cinema ai tempi del Coronavirus

Cambio di passo, cambio di occhio. Il cinema ai tempi del Coronavirus

Una nuova, calda stagione in questo autunno cinematografico

Si preannuncia, questa, una triste e autunnale settimana per l’Europa che, dopo una illusoria parentesi estiva, ricomincia con il tran-tran governativo del “chiudo, ma non troppo”, in una minacciosa escalation di un nuovo incombente lockdown: dapprima coinvolti i bar, la catena di sospensioni temporanee comincia ad allungarsi, e speriamo che implichi il meno possibile il settore della cultura, e i cinema in particolare. Perché, come tuonava qualche giorno fa Milton Friedman dalle pagine di The Spectator, “non c’è niente di più permanente di un piano governativo provvisorio”.

Ultima ruota del carro di una branca già abbondantemente trascurata dagli Stati con crescenti tagli e negligenze, il cinema (dalla produzione alla distribuzione fino alla fruizione pubblica) paga il prezzo più caro della crisi del Coronavirus, fin dagli inizi della pandemia. Per la settima arte, ritenuta fin dai suoi esordi la più democratica e accessibile delle discipline culturali, l’impatto prepotente del Covid-19 ha avuto l’effetto devastante di un tornado. A poco o niente sembrano servite le misure di contenimento del contagio che per qualche mese hanno costretto i grandi e piccoli programmatori internazionali a riadattare le sale alle nuove e sempre mutevoli esigenze sanitarie: pubblico ridotto e con obbligo di maschera, sanificazione degli ambienti e soprattutto il rinvio di alcune attesissime uscite, con un’offerta di film limitatissima. 

Fonte: empire

Colossi del cinema e cinema d’essai

Risale infatti a pochi giorni fa la notizia della chiusura, sofferta e forse irreversibile, di un colosso del cinema negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, Cineworld; con un accorato messaggio, rigorosamente in web-streaming, pratica a cui ormai abbiamo tutti fatto il callo, l’amministratore generale annuncia la decisione, affermando icasticamente e metaforicamente che “we are like a grocery shop with no food”. In effetti è proprio attraverso questa efficace metafora che è possibile misurare il senso di isolamento e di desertificazione che si è creato intorno al cinema, con una fragilizzazione crescente dell’intero sistema e un impoverimento delle “sale scure” in termini di ingressi, di cifre d’affari, ma soprattutto di risorse umane. Il colosso Cineworld, uno dei tanti messi in ginocchio in questo annus horribilis, paga infatti lo scotto di ben 45 mila posti a rischio, e spera in un risollevamento con il supporto di uno stato disattento e poco idoneo alla gestione della crisi. Per chi, inoltre, contava sulla ripresa fulgente del cinema con l’arrivo dei due colossi della stagione, è stata una duplice doccia fredda: dopo numerosi tentennamenti e varie prese di posizione, né l’attesissimo film Mulan né il nuovo Bond movie No time to die vedranno (per ora e chissà per quanto) una distribuzione urbi et orbi nelle sale cinematografiche. 

Sono proprio le grandi distribuzioni infatti che, statisticamente parlando, hanno subito un crollo disastroso: proprio le caratteristiche intrinseche di democraticità del mezzo (dal prezzo del biglietto contenuto alla possibilità di numerose proiezioni giornaliere, fino alla capienza degli spazi), hanno permesso al cinema di favorire l’interesse di grandi masse. Il Coronavirus ha drasticamente e vertiginosamente accelerato un processo di progressiva “élitarizzazione” della cultura, a vantaggio di piccoli e sparuti gruppi di amatori con possibilità economiche sufficiente per potersi permettere spese “accessorie”. Al di là delle speculazioni di ordine politico, economico e filosofico, una notizia positiva concerne le sale europee e la rete dei cinema d’essai, che in effetti hanno subito un contraccolpo meno violento, aumentando anche le iniziative e le proiezioni extra moenia, vedendo ridotta di circa il 33% la consueta disponibilità, ma potendo contare su un solido e radicato sistema di fidelizzazione del pubblico, non numeroso ma sempre costante. 

Vengono in soccorso le piattaforme, per la maggior parte a pagamento, che offrono prime visioni (come quella, di prossima uscita, del nuovo film di Sofia Coppola On the rocks) altrimenti per ora impossibili in molte sale. Rimane comunque da comprendere ed elaborare, oltre le più o meno efficaci strategie emergenziali, una soluzione globale ad un problema più strutturalmente consolidato legato alle risorse investite nei settori culturali, già inadeguate ai tempi ante-Covid, perché la temporaneità non diventi indefinitezza.    

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