Quando la Crisi di governo frutta 4 miliardi di euro e 60 milioni di disinteressati

4 e 60. Ci sarebbe da giocarsi questo ambo secco su Roma (non fosse altro perché è Roma la capitale d’Italia, la sede delle istituzioni principali del paese. Almeno fisicamente).

4 e 60. 4 miliardi e 60 milioni. E sì che 4 miliardi sono molto di più di 60 milioni. 4 sono i miliardi di euro che, secondo le stime del MEF, affluiranno come gettito addizionale nelle casse dello Stato in ragione dell’aumento dell’IVA con decorrenza 1 ottobre 2013. Taluni ci raccontano che questo aumento è dovuto ad una crisi di governo evitabile. Altri che l’aumento è proprio colpa di talune componenti del governo e che quindi è la crisi di governo ad essere inevitabile.

60 milioni, invece, sono molto meno di 4 miliardi. Ma c’è un piccolo particolare. Che i 60 milioni di cui parliamo sono, più o meno ci perdoni l’Istat, gli italiani coinvolti da tutto ciò: la crisi (un’altra?) di governo e l’aumento dell’Iva.

Dell’aumento dell’iva importa e come. Associazioni di categoria e lobby varie (Confcommercio, Confesercenti, CGIA di Mestre, Confartigianato ecc.) hanno urlato a squarciagola contro un aumento che si annuncia possa avere effetti nefasti sulla già ridotta propensione al consumo degli italiani e che quindi non garantirebbe il gettito addizionale stimato (i 4 miliardi appunto). Anzi, c’è chi si è spinto nel dire che potrebbe avere effetti addirittura regressivi (in altri termini non ci sarebbe gettito addizionale, si ridurrebbe quello corrente).

Ovvio che, indipendentemente dalle posizioni a riguardo (sia tecniche che politiche), il cittadino, in generale, non è felice dell’aumento dell’iva. Meno ovvio è che il cittadino, in generale, osservi con distacco, neanche più con repulsione, una nuova crisi di governo. Siamo quasi agli ossimori. C’è da aspettarsi un cambio? C’è da aspettarsi una rivoluzione (silenziosa e/o rumorosa)? O c’è da aspettarsi di proseguire così, con un’inerzia che ormai assume connotati strutturali?

Mentre gli interrogativi assalgono le coscienze, come quella di chi scrive, continuiamo la dissertazione tecnica, quella basata sui numeri. Andiamo per ordine:

  1. diamoci una speranza. Questi 4 miliardi di gettito in più (se arrivano) potranno aiutarci nel non sfondare il tetto del 3% inerente il rapporto deficit/pil tanto caro in ambito Ue e che ci permetterebbe di non tornare subito osservati speciali rischiando una nuova procedura di infrazione per disavanzi eccessivi;
  2. questi 4 miliardi possono essere utili anche ad altro. Ad esempio a mantenere inalterato lo stanziamento di fondi destinati a diverse finalità (ricerca, scuola, Cig, infrastrutture) che seppure ancora sono sullo sfondo sono state tracciate tramite il c.d. “decreto del fare” dell’estate appena alle spalle ed aspettano di essere riempite di contenuti;
  3. Una somma simile (si, sempre i 4 miliardi!) non sarebbe di fatto ottenibile nel breve termine con nessuna altra misura. Si tratta infatti di una misura c.d. ad “effetto immediato” perché il giorno di entrata in vigore già se ne vedono gli effetti. Il 1 ottobre, infatti, tutti a parità di prezzo abbiamo pagato un punto percentuale in più di Iva. Questo fa sì che se i potenziali effetti regressivi da taluni argomentati non si manifestano la stima del gettito addizionale finisce per essere rispettata in modo puntuale. Insomma una mano santa per i “ragionieri pubblici” che possono così fare i conti senza cattive sorprese.

Ma c‘è un ma.

MA se volessimo fare dissertazione tecnica sui 60 milioni. Che cosa possiamo dire?

Chiedo perdono, non ho molti argomenti tecnici. Ne ho molti umani però. Che, si badi bene, implicano ragionamenti che invadono la sfera dei valori personali ma che possono portare anche a ragionamenti ulteriori circa gli effetti tecnici che si possono produrre (positivi e/o negativi) di qui a poco.

In particolare:

  1. Grossa parte di quei 60 milioni di persone aspetta una speranza. La speranza non gliela fornisce (ne fornirà) l’attuale classe politica. La attendono da altri. Ma ci vuole tempo. Abbiamo pazienza? Ognuno ha la sua. L’importante è iniziare non solo a predicare il rinnovo ma di praticarlo anche. Come? Coi comportamenti personali e con quelli in mezzo alla gente e per la gente.
  2. O 1 bis se preferite. Il comportamento virtuoso in mezzo alla gente e per la gente lo si fa anche accrescendo il Pil. Già. Perché è cosa ben diversa accrescere il Pil in maniera onesta col lavoro, con la collaborazione, con la legalità e con l’orientamento alla massimizzazione di tutti gli interessi che convergono su una qualunque attività economica e indipendentemente dal modello legale (ditta individuale, piccola impresa familiare, società di persone o società di capitale) scelto per il suo svolgimento;
  3. O 1 ter. Son troppo interconnesse le questioni. Per pretendere che il punto 1 si avveri serve uno Stato forte. Non uno stato che opprime o che controlla in modo immanente (anche perché farlo costa tanti ma tanti punti di Pil) Ma con uno Stato Autorevole. Ma in questo paese siamo pieni di autorità e quasi vuoti in autorevolezza. Già perché la prima è conferita, la seconda è riconosciuta. E il riconoscimento non avviene quando l’esercizio del potere è al servizio di se stessi o di chi è più o meno vicino a noi ma quando è esercitato per il popolo. Difficile, molto difficile. Ma c’è chi insegna che il conflitto di interessi sia insito in qualunque attività che coinvolge più soggetti. Ma ci insegnano anche che si può gestire. E che quindi è bene conoscerlo. Non soffocarlo. Né nasconderlo.

E così siamo ormai sempre di più nel sostenere che l’Unione Europea, con più o meno colpe, ha messo in grossa difficoltà un popolo intero (la Grecia) ma arrivare al punto per cui la classe politica di un paese, composta da uomini di quel paese, metta in difficoltà il suo stesso paese… Non è un ossimoro. E’ quello che stiamo osservando. In Italia.

La fiducia non è da votare al governo ora. E’ da votare a noi stessi.

Da economisti: spingiamo sulla domanda perché altrimenti non ripartiamo;

Da cittadini: spingiamo sulla conoscenza (quella delle cose che non riguardano chi siede in parlamento, ma noi stessi), pretendiamo ce la trasferiscano;

Da italiano: spingiamo sulla forza del nostro popolo. Fa bene a noi, Fa bene all’Europa. La Comunità Economica Europea, il peccato originale, quello da cui tutto ebbe inizio, nacque a Roma.

di Sandro Brunelli

2 ottobre 2013

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