Primo ministro di colore nel nuovo governo. Ma a che punto è il razzismo nel nostro paese?

Il nuovo governo di Enrico Letta ha tra i suoi nuovi ministri Cècile Kyenge Kashetu, il primo ministro di colore nella storia del Parlamento italiano. A che punto è il razzismo nel bel paese ? Siamo davvero pronti a questo cambiamento epocale in linea con i governi delle più grandi potenze internazionali ?

Le origini del razzismo sono antiche ed intrinseche, già nell’antichità vi erano nobili e schiavi, i cristiani venivano perseguitati e massacrati; negli Stati Uniti vi è stato il razzismo coloniale, nel corso del secolo scorso la presunzione di superiorità della razza ariana, proclamata da Hitler, ha causato lo sterminio di milioni di ebrei da parte dei nazisti; ed anche le stragi etniche di molti conflitti, come quelli in Ex Jugoslavia, Rwanda, Burundi, Congo e Zaire, sono state compite con motivazioni che convergono nel razzismo.

Quando parliamo di razzismo lo associamo, soprattutto, alla discriminazione verso colori di pelle diversi; ciò non è del tutto esatto perché la selezione può riguardare anche il sesso, le differenze religiose, politiche, economiche e di collocazione geografica, ed, anche se ci rifiutiamo di ammetterlo, gli handicappati o gli anziani, considerati come un peso.
Da ciò scaturiscono gli atteggiamenti di intolleranza pressoché quotidiani che si verificano in molte parti del mondo e si concretizzano in vari tipi di violenza, che partono dagli gesti di scherno e dalle minacce, fino ad arrivare all’omicidio, verso coloro che vengono ritenuti diversi e, più di ogni altra cosa, inferiori; infatti il razzismo oltre a riconoscere le differenze, le ingigantisce, con lo scopo di dominare, legittimando così la propria superiorità.
I corsi e ricorsi storici ci hanno reso chiaro quanto gravi e disastrose possano essere le conseguenze dei pregiudizi razzisti, ma, a dispetto di tutto ciò questi continuano a sussistere e a manifestarsi; viviamo in una società piena di gravi problemi, dove la violenza e gli atti criminali sono all’ordine del giorno, la disoccupazione è un fenomeno di grosse proporzioni, dove il valore più importante sembra essere quello del denaro; così è conveniente trovare dei capri espiatori a cui attribuire tutte le responsabilità.
Vi è poi l’abitudine di parlare di questo fenomeno come di un qualcosa che non ci riguarda, sosteniamo che non è giusto ma non facciamo niente di concreto per combatterlo; io credo che ci sia anche tanta ipocrisia, e che la vera domanda da porci sia: in fondo in fondo siamo veramente sicuri di essere veramente tolleranti ed aperti verso chiunque? E’ facile fare proclami o scrivere belle frasi, bisogna vedere come ognuno reagirebbe in una situazione reale che lo riguarda.

La prima cosa da fare, per combattere la discriminazione è conoscere e capire tutte le circostanze storiche ed economiche che l’hanno prodotta, così saremo in grado di combattere le differenziazioni e bisogna anche ricordarsi bene che valutare una razza inferiore ad un’altra non è un’opinione ma un reato. I giovani che sono la risorsa fondamentale per il futuro come si pongono di fronte all’argomento ? Questo il quadro che emerge dalla ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo, presentato a Montecitorio. Nel nostro Paese oltre sei giovani compresi tra i 18 ed i 29 anno su 10 affermano che, negli ultimi anni, il livello di razzismo è aumentato. E sono, soprattutto, i più giovani e gli uomini a dimostrare maggior chiusura e durezza rispetto alle diverse appartenenze.

I giovani percepiscono un paese poco incline all’integrazione, poco pronto ad accogliere altre culture. È addirittura il 63% dei 18-29enni a sostenere che l’intolleranza siano in crescita. E se per il 29% dei ragazzi e delle ragazze il livello di razzismo sembra essersi bloccato, preoccupa che solo un esiguo 8% percepisca, invece, una fase migliorativa e, quindi, una diminuzione di atteggiamenti ostili nei confronti del diverso.

L’osservatorio sul razzismo si è spinto a fondo per cercare di individuare anche le motivazioni che spingono ad avere atteggiamenti xenofobi. Secondo le ragazze e i ragazzi italiani, i fattori determinanti, quelli che maggiormente contribuiscono a generare discriminazioni verso gli immigrati, sono in primis il numero di extra-comunitari che delinque e l’esistenza di stereotipi negativi sul alcune etnie o popoli. Per i giovani sono questi i propulsori dell’intolleranza: in una scala da 1 a 10, entrambi i fattori ottengono, infatti, il punteggio più alto (rispettivamente 7,75 e 7,74). Determinanti anche l’ignoranza della gente, veicolata dalla paura e dal rifiuto per ciò che non conosce (7,52) e l’aumento troppo veloce del numero di extra-comunitari nel Paese (7,4). I fattori che, invece, i giovani considerano a basso impatto sono la pretesa degli immigrati di professare la propria religione e di avere i propri luoghi di culto (6,48) e la paura di perdere l’identità culturale e le tradizioni (6,02).

Ma quali sono i maggiori autori in fatto di discriminazione? Gli unici a salvarsi, in termini di integrazione, sono gli anziani. Per gli under 29, solo l’8% degli italiani più ‘maturi’ dimostra, infatti, una maggior tolleranza. Gli atteggiamenti razzisti sono, invece, molto diffusi tra i ragazzi. La maggioranza degli interpellati (60%), attribuisce, infatti, ai giovani le forme di rifiuto più dure nei confronti delle altre appartenenze. Un po’ più tolleranti appaiono le persone di mezza età, tra cui è il 28%, secondo i giovani intervistati, a dimostrare comportamenti razzisti. Quando si parla di atteggiamenti discriminatori, il gentil sesso non appare così gentile agli occhi di tutti: il 44% dei 18-29enni sostiene, infatti, che i comportamenti razzisti siano trasversalmente diffusi tra donne e uomini. E se solo una quota minoritaria (4%) riconosce nell’universo femminile la maggior diffusione di discriminazione, l’intolleranza più radicata e convinta emerge dal mondo maschile: ad esserne convinta la gran parte dei giovani del Bel Paese (52%).

Dati certamente preoccupanti in quanto proprio la forza della nuova generazione che dovrebbe garantire un futuro migliore o che quanto meno promette migliorie si ritrova a peggiorare una situazione già difficilmente sostenibile . Siamo una generazione che dispone di un infinità di strumenti (Internet su tutti) che se usati con cognizione di causa potrebbe ottenere dei risultati importanti  ma la diffusa mentalità intollerante ostacola la realizzazione pratica di questa possibilità. Per risolvere il problema occorre conoscerne le cause ed agire su di esse. I giovani devono poter ritrovare la fiducia nel loro futuro che va costruito con chi li circonda e non in un ambiente limitato che fonda le basi su pregiudizi inutili quanto dannosi.

È difficile combattere il razzismo, e prima di tutto occorre non dare la colpa al nostro nemico politico preferito. L’accoglienza indiscriminata è altrettanto dannosa quanto la chiusura totale, perché ci priva delle armi della nostra identità, senza le quali diventiamo fragili e quindi nevrotici e cattivi. Lévi Strauss ha spiegato nel 1973 a un’attonita platea dell’Unesco che «non è affatto riprovevole porre un modo di vivere e di pensare al di sopra di un altro e provare scarsa attrazione per determinati individui e per un modo di vivere che si allontani troppo dalle nostre abitudini. Questo non ci autorizza a opprimere e distruggerne i valori».

L’integrazione è una sfida culturale, un’opportunità per fondare un paese diverso, più dinamico, più sicuro e più forte. Anche grazie all’incontro pacificato con i portatori di identità e valori diversi dai nostri. Un incontro fondato sulla conoscenza reciproca e sull’accettazione e interiorizzazione di regole comuni e acquisite una volta per tutte che possono soltanto contribuire a migliorarci sotto l’aspetto umano e culturale .

I giovani sono la forza del futuro , la base dell’avvenire coloro i quali avranno il dovere di continuare e migliorare il lavoro svolto dalle generazioni precedenti . Dobbiamo fare in modo che i ragazzi di domani possano convivere in maniera pacifica e civile con chi li circonda senza nutrire sentimenti di odio o di disprezzo nei confronti di chi ha pelle o cultura diversa. I ragazzi di oggi sembrano avere idee diverse .

Viene da chiedersi , che fine hanno fatto i giovani ? Quelli aperti a ciò che è nuovo, diverso? Quelli che l’attrazione per le differenze, la curiosità di conoscere l’altro da sé è più forte della comodità di accontentarsi del già visto, del già dato, del comodo? Quelli che fanno migliaia di chilometri per conoscere l’esotico?

Manuel Giannantonio

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