Marcia compatta sulla web tax. Molti Paesi europei lanciano sistemi provvisori mentre a guidare è il modello USA

Le tensioni tra Francia e America circa l’istituzione della web tax a partire dal 2019 sono sfociate in una di minaccia degli Stati Uniti di applicare un dazio sui vini francesi. Il risultato è stato quello di assicurare agli Usa che in Francia questa tassa sia da considerarsi provvisoria e che una volta raggiunto l’accordo a livello internazionale la stessa sarà oggetto di rimborso o compensazione con la nuova imposta. Oramai tutti concordano che sul prelievo per i big del web serva prima di tutto una strategia comune.

Potrebbero manifestarsi anche in Italia gli effetti negativi derivanti da una applicazione non omogenea della tassazione. Il nostro Paese ha infatti adottato la digital tax anche se la stessa non è ancora applicabile per via dell’assenza dei decreti attuativi. La parola d’ordine sembra quindi essere cooperazione internazionale con sostegno ai due pilastri” richiamati dall’Ocse per la riforma del fisco internazionale. Il primo riguarda il modo in cui tassare le società del digitale che dovrebbero versare imposte nei paesi dove producono i profitti e non dove hanno la propria residenza fiscale, mentre il secondo è legato alla creazione di un’imposta minima sugli utili. E se nel primo pilastro si richiamano le nexus rules che dovrebbero aiutare a individuare i paesi in cui tassare i profitti realizzati dalle società che operano globalmente, nell’ambito del secondo pilastro c’è una novità, del tutto diplomatica, che prevede di partire dallo schema Gilti (global intangible low-taxed income) introdotto proprio dagli Stati Uniti che intendono condurre la strategia.

Il modello di prelievo attivato dall’amministrazione del Governo guidato da Donald Trump prevede una imposizione fiscale che colpisce il valore della proprietà intellettuale detenuta dalle aziende fuori dagli USA. Tecnicamente la Gilti diretta ai big sul web colpisce i cosiddetti “redditi intangibili globali a bassa tassazione” che si avvantaggiano di regimi fiscali di favore presenti in Paesi offshore. Stop in questo modo a tassazioni “light” o azzeramento del carico fiscale in favore di un prelievo minimo negli USA. Le società di capitali possono avvantaggiarsi di una deduzione forfettaria del 50% con l’applicazione di una tassazione sul reddito pari al 10,5% (aliquota del 21% abbattuta alla metà, ndr). Inoltre il meccanismo prevede poi un recupero di imposte pagate all’estero per mantenere una tassazione ridotta.

Gilti va considerata una interessante base normativa, magari da rendere più flessibile e rivisitabile che possa raggiungere un compromesso tra una tassa minima richiesta dagli Usa sulle digital company e una web tax europea che non vada di conseguenza ad annullare ogni prelievo degli Usa sui profitti europei.

Che Gilti sia una piattaforma di partenza per l’adozione della web tax su scala globale è confermato

dalle divergenze ancora forti presenti tra le autorità di tutto il mondo. Il risultato di questa frammentarietà d’intenti ha prodotto una divisione netta rispetto alla tassazione da applicare a giganti del web come Facebook. L’Ocse da parte sua ha dettato l’agenda imponendo un allineamento dei Paesi entro il 2020 con una tappa intermedia di aggiornamento entro fine del 2019. L’istituzione di una tassa transitoria sulle grandi web-company è un primo passo che va visto con attenzione e perseguito con coraggio poiché sono queste iniziative a dare il giusto impulso utile ad arrivare a una tassa ben definita in tutta europea. Un prelievo che deve guardare a maggiori certezze sia sotto il profilo della base imponibile, per la quantificazione della quale si ritiene non sia modificabile il valore della produzione in ogni paese, sia dell’imposta e dell’aliquota che all’inizio potrebbero essere previste in acconto salvo conguaglio attraverso la cooperative compliance.

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