L’illusione della fiamma e il gelo del reale: il bilancio di Giorgia
C’è un’Italia immobile, ferma in un eterno dopoguerra dello spirito, che si avvita su se stessa con la grazia elefantiaca di un baraccone di provincia. Vive nell’illusione ottica che ogni nuovo inquilino di Palazzo Chigi sia, a fasi alterne, il Redentore o l’Anticristo. Giorgia Meloni vi è giunta col piglio della riconquista e la bisaccia gonfia di mitologie identitarie, per ritrovarsi oggi, in questo maggio del 2026, a contemplare un paesaggio di macerie ben pettinate e piccoli, ordinatissimi orti di regime.
Il suo governo non è stato l’apocalisse temuta dai salotti progressisti, né il rinascimento sognato dalle sezioni di periferia. È stato, più banalmente, l’esercizio del possibile sotto il giogo della necessità.
I fasti del registro e la disciplina del banchiere
Bisogna concedere alla Premier il merito di una metamorfosi quasi biologica: la pasionaria della Garbatella ha indossato il doppiopetto del rigore con una disinvoltura che avrebbe fatto arrossire il miglior Draghi. I mercati, quelle belve feroci che sbranano i velleitari, sono stati sedati con dosi massicce di realismo. Lo spread tra BTP e Bund che nell’autunno del 2022 ruggiva a 236 punti, oggi vegeta a un intervallo medio di 105-115 punti: segno che il mondo ha accettato la nostra trasformazione in una nazione di ragionieri di Stato, ligi al dovere e privi di fantasia.
Il deficit, che nel 2023 ancora esibiva lo sfregio di un 5,3%, viene oggi ricondotto per stanchezza o dovere verso i confini del 3,6-4%: un maquillage contabile che nulla toglie al sapore della nostra decadenza. Ma la vera sfinge, il demone che non concede sconti, resta quel debito inchiodato sopra il 137% del PIL. È la misura metafisica di un vincolo strutturale che ci incatena alla nostra stessa natura: una zavorra di granito che rende ogni velleità di ascesa un esercizio di pura e vana retorica.
L’Italia s’è desta, dicono le cronache del numero, con oltre 24,2 milioni di occupati: un’ascesa che spinge il tasso sopra il 61%, vetta mai sfiorata dal 2004, quasi fosse un miracolo profano in una terra di rassegnazione. Ma grattando l’oro di questa statistica, emerge il fango: la qualità del vivere resta il vero nodo gordiano che nessuno osa recidere. Con un 20% di contratti a termine, il lavoro non è stabilità, ma un precario bivacco nell’area euro; una condanna che ci relega tra i salari più bassi del continente, confermando che dietro il record del momento si cela l’antica, strutturale miseria di un popolo che fatica a farsi destino.
Il taglio del cuneo fiscale, elevato a norma strutturale per un tributo di 10 miliardi annui, s’annuncia come un’operazione di neurochirurgia sociale: un gesto tecnico impeccabile ma privo di anima, corretto nei modi ma incapace di guarire il corpo malato della nazione. Quanto all’inflazione, dopo aver ruggito oltre l’8% nel biennio terribile 2022–2023, s’è ora placata intorno al 2%. Ma non si gridi al miracolo della politica nostrana: è un riassestamento figlio di venti globali, un dono del caso più che della volontà, che ci lascia ancora una volta spettatori di un destino deciso altrove, mentre la sostanza del vivere quotidiano resta prigioniera d’una bonaccia senza gloria.
Meloni ha saputo abitare i palazzi del potere mondiale, da Washington a Bruxelles, con una postura da statista che nessuno le riconosceva, trasformando l’Italia da sorvegliata speciale a interlocutrice inevitabile, complice anche il deserto di leadership che attanaglia quell’Europa dove la crescita rimane inchiodata all’1% annuo.
L’ombra del voto e le promesse tradite
Ma la politica non è un esercizio di ragioneria e il castello di carte, alla fine, ha mostrato le sue rughe. Il referendum sulla separazione delle carriere è stato lo schiaffo che ha risvegliato i sognatori: il Paese ha risposto ‘No’, sbarrando il passo a una riforma che era il vessillo di trent’anni di nostalgie liberali con un tasso di partecipazione sotto il 45%. È il tramonto di un’egemonia culturale mai nata, infrantasi contro la diffidenza di un popolo che ai salti nel buio preferisce il buio pesto di ciò che già conosce.
Che ne è stato poi dell’ira funesta contro la Legge Fornero?
È rimasta lì, monolite intoccabile, a ricordare che le promesse dei comizi si sciolgono al sole del Ministero dell’Economia con l’età effettiva di pensionamento ancora agganciata a soglie prossime ai 67 anni, destinate a salire in funzione dell’aspettativa di vita. E le accise sulla benzina, un tempo definite scandalose, sono ancora il bancomat dello Stato, con buona pace degli automobilisti che speravano nel miracolo e non nel prelievo stabile da circa 0.72 euro/litro complessivo.
Sull’altare della sanità, quella spesa inchiodata al 6,3% del PIL, ben al di sotto della soglia dove batte il cuore dell’Europa, è l’epitaffio di un Paese che si spegne lentamente tra i corridoi degli ospedali. È la parabola di un’Italia che invecchia in corsia, mendicando salute in un sistema che non risponde più. Mentre la politica si perde in liturgie di palazzo, le liste d’attesa si fanno deserto e calvario: 180, talvolta 300 giorni di vana speranza per prestazioni diagnostiche non urgenti.
“Modello Albania”: Il fenomeno migratorio, dopo il picco del 2023, si è stabilizzato su circa 60.000–70.000 sbarchi annui, rendendo strutturale una pressione che nessuna formula politica, inclusi i modelli esternalizzati, ha realmente ridotto.
Il Piano Casa e l’estetica dell’annuncio
L’ultimo atto, il Piano Casa del 30 aprile, profuma già di incenso elettorale: centomila alloggi promessi in dieci anni, diecimila all’anno, sono una cifra che evoca le grandi opere del passato, ma che oggi si scontra con la miseria dei forzieri, spesso spalmata su tempi che la politica non ha il lusso di attendere. In Italia, oggi, meno che mai; in Italia dove il fabbisogno stimato nelle principali aree urbane è stimato oltre le trecentocinquantamila unità.
Giorgia Meloni ha governato con la saggezza del sopravvissuto, ha salvato l’Italia dal fallimento finanziario ma l’ha condannata a una lenta, stabilissima agonia della crescita, ferma a quello 0,6%- 0,8% annuo (tra le più basse percentuali dell’Europa occidentale) che è la vera epigrafe di ogni ambizione di grandezza. Ha scelto la via della conservazione dell’esistente piuttosto che quella della rottura promessa. L’Italia di oggi è più solida, forse, ma non più fiera.
L’interrogativo che s’aggira tra le rovine del nostro presente non appartiene più alla cronaca dei palazzi, ma s’inscrive nel registro cupo della storia e dell’economia: quanto può durare un equilibrio che ha scambiato la crescita con la semplice stabilità, l’audacia dell’espansione con la pavida riduzione del rischio? È il paradosso di un’Italia che ha scelto il mantenimento alla conquista. Perché la solidità, quando rinuncia a farsi progresso misurabile e carne viva del futuro, smette di essere un approdo sicuro per farsi prigione; non è più vittoria, ma soltanto una forma più ordinata, quasi decorosa, di inerzia. Siamo immobili in un salotto d’altri tempi, con le pareti ben tinteggiate ma le finestre murate sull’avvenire.




