La scuola e l’Università devono preparare al lavoro?

Qualche giorno fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha pronunciato un intervento che ha avuto una vasta eco nella stampa. Il soggetto: il rapporto tra mondo del lavoro e sistema dell’istruzione. Da questo punto l’Italia soffre di notevoli ritardi: sia perché ancora troppo basso in rapporto agli altri paesi sviluppati è il numero di coloro che terminano con successo un itinerario scolastico superiore o universitario, sia perché tale migliore qualificazione, una volta raggiunta, è ben poco remunerativa. È un circolo vizioso tipico dell’Italia: perché studiare di più se poi non si ha alcuna certezza che ciò costituisce un buon investimento? Bisogna dunque rilanciare decisamente l’istruzione in Italia, perché non avvenga più ciò che oggi è normale: «I giovani — ha detto Visco — a fronte delle nuove competenze richieste dal mercato, trovano nel sistema scolastico un’offerta formativa spesso inadeguata e ancora tradizionale, pagando con bassi salari e condizioni di lavoro precarie l’incompatibilità tra ciò che sanno e ciò che viene loro richiesto». Su questo siamo tutti d’accordo. Ma che cosa significa che la scuola e l’Università devono preparare al lavoro?

La risposta è meno ovvia di quel che sembra. Cominciamo con un po’ di storia (e di etimologia): «scuola» è una parola greca (scholé) che di per sé significa «lo spazio di vita che ognuno tiene per sé», contrapposto allo «spazio che serve ad altro» (ascholía), che è il tempo delle attività pratiche, redditizie, lavorative. Anche se i latini preferirono prendere in prestito la parola greca, anche loro avevano una coppia di termini esattamente corrispondente: otium (il tempo libero mantenuto per sé) e negotium (gli affari pubblici). In effetti, la scuola nel mondo antico non aveva affatto la funzione di insegnare una professione: ma piuttosto quella di inserire nella tradizione culturale vivente della comunità e di rendere veramente cittadini (chi non sa leggere e scrivere, per esempio, non può partecipare pienamente alla vita comune). L’Università, una brillante invenzione del Medioevo, solo di poco si allontanava da questa impostazione: la Facoltà delle arti (grosso modo corrispondente al nostro liceo) proseguiva la formazione umanistica e matematica, con una grande attenzione alla filosofia, la riflessione sugli ultimi «perché» della vita; le tre Facoltà superiori (medicina, diritto, teologia) preparavano sì ad un’attività: ma dettavano esse le regole del gioco, non le ricevevano da un mondo del lavoro indipendente. La Facoltà ritenuta più alta, poi, quella di teologia, solo in un senso molto particolare preparava ad una «professione»: al suo centro in realtà c’erano le domande che la cultura del tempo riteneva centrali per il destino dell’uomo, non per una vita di successo.

Insomma: la tradizione educativa della quale siamo eredi è nata dall’intuizione che ciò che anzitutto importa è rendere uomini e rendere cittadini, mettere in grado di capire sé stessi, di comunicare con gli altri, di pensare con rigore e creatività. È molto istruttivo vedere come questo ideale «tradizionale» continui ad essere apprezzato. Qualche settimana fa veniva chiesto a Paolo Citterio (Presidente dell’Associazione Direttori Risorse Umane GIDP/HRDA): «Tra i laureati umanisti quali sono quelli che trovano lavoro in azienda con meno difficoltà?». Risposta: «I laureati in filosofia per la preparazione culturale sono forse quelli che si trovano più a loro agio in vari contesti aziendali, per la mentalità da sistema, per l’abitudine a ragionare e per l’abilità a correlare i fatti di un insieme di variabili. Filosofia, per il modo con il quale è concepita, per gli studi classici approfonditi, dà una grande apertura mentale. I filosofi possono quindi svolgere molti ruoli aziendali, specie quelli con approfondite competenze relazionali (governare, gestire, relazionare)», fermo restando, ovviamente, che per competenze specifiche (economiche o giuridiche o altro) servono studi appropriati. Ad uno come me che da trent’anni si occupa di filosofia questa risposta fa molto piacere, ma non stupisce neanche un po’.

Sarebbe ridicolo negare l’importanza degli studi che preparano ad una specifica professione (diciamo anzi che tra i mali del sistema dell’istruzione italiana c’è anche l’emarginazione della formazione professionale e l’assenza di modelli di istruzione superiore diversi da quello universitario). Ma sarebbe altrettanto miope non vedere come sempre più venga domandato di preparare «alle professioni del futuro»: una richiesta di per sé paradossale e impossibile, visto che il futuro ancora non esiste e non sappiamo quali competenze esso richiederà. A meno che questo significhi appunto chiedere che scuola e Università diano in tutti i settori non tanto competenze pratiche immediate, che invecchiano in un batter d’occhio e che comunque sul campo si imparano meglio e prima che sui banchi, ma piuttosto quella formazione che conferisce umanità e rende capace di vedere i problemi, di criticare le soluzioni finora adottate, di trovarne di nuove. Non so se Visco pensasse a questo, ma spesso è proprio questa «l’incompatibilità tra ciò che [i giovani] sanno e ciò che viene loro richiesto». Avremo occasione per entrare in qualche esempio concreto.

di Giovanni Salmeri

Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata

23 ottobre 2013

Filed in: Senza categoria
Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook