La rovente frontiera dove si infrangono i sogni

“Non abbiamo ancora imparato a vivere come fratelli”. Non può che rieccheggiare senza sosta questa affermazione di Martin Luther King, tanto scontata quanto carica di verità, in un mondo dove al comandamento “ama il prossimo” si sostituisce spesso e volentieri un “frena il prossimo”, quasi come se quest’ultimo fosse una minaccia da eliminare subito. Perchè forse l’uomo, nella sua evoluzione, da quella tecnologica a quella scientifica, non è ancora in grado di parlare di una vera evoluzione dal punto di vista umano.

L’America è divisa; e non solo da confini naturali e politici o dal Golfo del Messico, ma da ben altro. C’è un confine, infatti, uno dei più pericolosi al mondo, che spezza le speranze di migliaia di immigrati, ma soprattutto rappresenta una delle sfide più grandi non solo per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ma per tutta la politica americana. Quella lunga linea rovente che separa gli Stati Uniti dal Messico è una realtà tristemente famosa perchè rappresenta un sogno: un american dream, per gli immigrati clandestini, elementi indesiderati per gli Stati Uniti.

E su quel terreno così aspro e bruciacchiato dal sole dove si incontrano i due Paesi, mille degli oltre 3.000 chilometri di confine sono fatti di cemento, un cemento che calpesta la dignità umana. Infatti, nel tratto che corre tra Tujana e San Diego c’è un muro della vergogna alto dai due ai quattro metri con l’aggiunta di filo elettrificato oppure spinato, telecamere ad infrarossi e sensori nel terreno. E’ chiamato dallo scrittore messicano Carlos Fuente muro di cristallo e separa due mondi così vicini ma completamente diversi. Una barriera che, stando ai dati della GAO (Government Accountability Office), negli ultimi vent’anni è costata circa 6,5 miliardi di dollari. E nei tratti dove è assente ci pensa la Border Patrol, la polizia di confine, a sorvegliare – attraverso l’uso di droni e videocamere – che nessuno lo oltrepassi.

I clandestini cercano disperatamente la libertà. E per molti di loro, che corrono verso un nuovo futuro, questa barriera, diventata oramai parte integrante della loro realtà, rappresenta solo una tappa perché magari arrivano da zone sudamericane, dove hanno già affrontato altri pericoli. A volte muoiono dopo essere stati naufraghi del deserto di Sonora o affogano nel Rio Grande, altre volte vengono catturati e rispediti indietro, oppure cadono vittima dei cosiddetti pelleros o coyotes, ovvero i ‘traghettatori’ di vite umane, guide che chiedono, stando alle stime, fino ai seimila dollari per trasportarli nel deserto e poi abbandonarli, approfittandosi della loro debolezza. Ma la verità è che a questi clandestini in cerca di un sogno, non importa dovere attraversare il deserto perché rimanere in Messico per loro sarebbe come essere già morti. Ogni clandestino, dunque, porta con sé una storia diversa, un dramma diverso e vive la fame e la sofferenza. Ma tutti hanno in comune una cosa: la disperata e insopprimibile ricerca della libertà, la voglia di vivere, di avere nuove opportunità e di scrivere pagine nuove della loro vita.

Queste storie parlano di disperazione ma anche di perdita della propria dignità perché in questo viaggio-scontro ad essere trascurati e lasciati alle spalle dalle autorità e dai contrabbandieri sono proprio i diritti umani. Spesso questi immigrati clandestini vengono considerati come una sorta di inquinamento per la società ma anche per l’economia. E’ quasi come se la parola clandestino viaggiasse di pari passo con la parola criminalità. Ed è proprio per questo che sono temi sempre più centrali nel dibattito politico americano. Basta analizzare il caso dell’Arizona, Stato americano considerato anti-immigrati.

L’Arizona ogni anno si trova a dovere fare i conti con ben 40mila ingressi illegali e su questa fetta di America, stando ad alcune stime, risiedono ben 450mila clandestini. Ma dal 2010 è in vigore la norma SB 1070 promossa dal governatore, la repubblicana Jan Brewer, secondo cui le forze dell’ordine hanno la facoltà di perquisire e addirittura arrestare senza motivo persone sospette di essere entrate ilegalmente. La legge, oltre a consentire agli agenti di polizia di perquisire i presunti illegali, si basa su altri tre punti: è considerato reato quando uno straniero gira senza documenti, quando cerca lavoro, e agli agenti è data facoltà di arrestare i presunti sospetti clandestini. Una mossa questa così fortemente restrittiva che due anni fa aveva suscitato lo sdegno del presidente Obama  – che ha subito cercato di combattere perché contrasta con i poteri del governo federale – e destinata fin dal primo giorno a provocare a livello politico fratture profonde.

La legge è arrivata addirittura alla Corte Suprema che lo scorso giugno ha cancellato tre articoli lasciando, però, in vigore il più controverso e il più discusso, quello secondo cui gli agenti posso perquisire chiunque senzo permesso. La sentenza è stata giudicata da Brewer “una vittoria per le persone che vivono in Ariziona ma soprattutto per il popolo americano”, mentre il presidente Obama, che ha detto di essere soddisfatto, ha poi commentato dicendo che “nessun americano dovrebbe vivere sotto una nuvola di sospetto solo per il colore della propria pelle”.

Una legge, dunque, che aveva sollevato polemiche soprattutto nei movimenti per i diritti civili perché questi severi controlli della polizia sarabbero stati guidati da un puro pregiudizio razziale e avrebbero portato a delle forti discriminazioni. Ed è per questo che i giudici hanno deciso di lasciare la porta aperta ad ulteriori ricorsi nel caso in cui questa legge diventasse letteralmente una legge razziale.

E proprio su questo punto il candidato repubblicano Mitt Romney non ha perso tempo e ha colpito Obama, vedendo nella decisione della Corte Suprema un altro fallimento della Casa Bianca sul tema dell’immigrazione. Ma la sentenza, seppur parziale, resta comunque per il presidente degli Stati Uniti una vittoria.

Chi riesce ad oltrepassare quel muro che separa i due Paesi deve fare i conti non solo – nel caso dell’Arizona – con uno Stato anti-immigrati. Questo perché a pattugliare la frontiera ci sono dei volontari che aiutano le forze dell’ordine e danno la caccia ai clandestini. Il loro si chiama Minutemen Project e ha preso il via nell’aprile del 2005. Il nome minutemen in inglese significa ‘uomini del minuto’ e si riferisce ai membri delle milizie delle colonie Americane che con un solo minuto di preavviso dovevano essere pronti per la battaglia.

Questi uomini vogliono proteggere la loro America da ospiti piuttosto scomodi, quasi come se infettassero la loro società e minacciassero l’integrità della loro cultura. Quasi come se si trattasse di una vera invasione. E il viaggio per i clandestini si trasforma in una sorta di avventura verso l’ignoto tra la paura e la sfida.

I controlli lungo questa striscia di terra hanno una storia lunga. Si sono intensificati nel 1924, anno che ha visto la nascita della U.S. Border Patrol che, inizialmente, pattugliava la zona di El Paso al confine con il Texas. La sicurezza si intensificò poi negli anni Ottanta quando l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989) dichiarò guerra al traffico di droghe. Successivamente, con il presidente Bill Clinton (in carica dal 1993 al 2001) si ebbe un’ulteriore potenziamento della tecnologia militare e soprattutto un aumento dell’uso di droni. Clinton diede il via all’Operazione Gatekeeper (Guardiano del cancello) per mettere un freno al flusso illegale di immigrati. La mossa oltre ad un muro confinante con la California (che arriva fino all’Oceano, con la parte finale nella sabbia) prevedeva un raddoppiamento degli agenti della Border Patrol. Questa operazione, da un lato, ha abbattuto il flusso di clandestini ma, dall’altro, non ha fatto altro che spostare l’immigrazione clandestina verso zone meno visibili ma estremamente più pericolose e inospitali dove il numero delle persone che muoiono nel tentativo di raggiungere il loro sogno è aumentato.

Ma i clandestini in cerca di un sogno devono anche fare i conti con i narcotrafficanti messicani che vogliono a tutti i costi conquistare le zone chiave per vendere la droga. A loro non importa nulla di sparare e uccidere innocenti: l’importante è conquistare il mercato statunitense. L’area principale degli scontri si trova a nord del Paese, soprattutto attorno a Ciudad Juarez e Tijuana, la città più pericolosa al mondo.

E’ un sanguinoso conflitto che non conosce tregua, si protrae da anni e, nonostante l’impegno delle forze armate del governo messicano e della Casa Bianca, sembra oramai senza controllo: questi criminali continuano a studiare nuovi sistemi (tunnel sotterranei o addirittura catapulte) per trasportare la droga. Il presidente Obama ha fatto della lotta contro i potenti signori della droga uno dei punti chiave del suo programma perché il Messico è il principale produttore ed esportatore del 90 per cento della droga che si trova negli Stati Uniti (solo nel 2009 il sequestro di eroina prodotta in Messico è quadruplicato: è passato dai 20 agli 86 chilogrammi). Nel giugno del 2010, Obama ha annunciato una nuova manovra per ostacolare la criminalità che sarebbe costata al Congresso ben 500 milioni di dollari. La misura prevedeva di schierare due nuovi droni al confine con il Texas (in aggiunta ai 4 che già pattugliavano il confine in Arizona) e 1200 soldati dispiegati nei quattro Stati che si trovano lungo la frontiera messicana. E di recente, sono tornati i motoscafi armati di mitragliatrici per pattugliare il Rio Grande e affrontare la minaccia dei narcos.

Questo confine ha assunto ormai i tratti indelebili di un organismo vivente. E’ oggi una linea che  brucia e rade al suolo le aspirazioni dei migranti che, spesso ignorati in un oblio generale e amaro, rimangono vittima di umiliazioni e di quell’incapacità umana di dare il giusto valore ad un altro essere umano.

Valentina Cordero

18 aprile 2013

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